Prodi: la giustizia una valle di lacrime

Vita, opere e pochi miracoli del più grande controllore d’Europa

Un esercito di 2.750 dipendenti, il triplo che in Inghilterra o Spagna. Sono i fustigatori della spesa che nessuno controlla

Criticano, ammoniscono, bacchettano, condannano: sono i quasi 400 magistrati della Corte dei conti. Dai loro uffici transitano le leggi, gli atti amministrativi di più di 9mila istituzioni pubbliche, la documentazione su ogni singolo euro speso da Stato ed Enti locali. Tutto passa al vaglio del più grande ente di controllo d’Europa: 2.750 dipendenti complessivi, un bilancio che nel 2015 è costato ai contribuenti italiani 320 milioni di euro. Nel vecchio continente non c’è nulla di simile. L’equivalente spagnolo della Corte, il madrileno Tribunal de Cuentas, di milioni ne costa solo 63, e i dipendenti sono 750. A Londra il National Audit Office pesa sulle finanze pubbliche il controvalore di 83 milioni di euro e gli impiegati sono 810. Persino in Francia, dove la Cour des Comptes è un simbolo sacro delle istituzioni repubblicane, e i funzionari entrano in ruolo direttamente dall’Ena, l’Ecole Nationale d’Administration, i dipendenti sono mille in meno e i costi sono di un terzo più bassi, 206 milioni.

Tanta differenza di peso e costi ha una (…)

(…) spiegazione molto semplice: la diversità di competenze. Dal bilancio generale dello Stato alla pensione del maresciallo dell’esercito, la Corte dei conti italiana si occupa di una gamma di questioni così ampia da non avere, anche in questo caso, paragoni in Europa. Un elenco (parziale) può essere utile. La Corte controlla preventivamente (prima della loro entrata in vigore) che gli atti del governo rispettino le leggi; controlla la gestione del bilancio dello Stato e degli enti partecipati dallo Stato; controlla la gestione e il patrimonio degli enti locali. Ci sono poi le cosiddette funzioni giurisdizionali: alla Corte spetta indagare e giudicare sulla responsabilità amministrativa e contabile di amministratori e dipendenti pubblici, in pratica deve verificare se hanno abusato delle loro funzioni e causato un danno allo Stato.

90 ATTI AL GIORNO

Infine ci sono i giudizi su tutte le controversie pensionistiche dei dipendenti statali. Un solo numero rende l’idea della montagna di carte a cui la Corte deve far fronte: nel 2015 al semplice controllo di legittimità preventivo sugli atti del governo e delle amministrazioni statali (esclusi quindi gli enti locali, gli enti partecipati e tutta l’attività giurisdizionale) sono stati sottoposti 25.923 provvedimenti. Tolte le domeniche e le feste comandate si tratta di 90 atti amministrativi al giorno a cui la Corte deve dare il suo via libera. Nessuna meraviglia che in alcune recenti dichiarazioni pubbliche il presidente che ha appena terminato il suo mandato, Raffaele Squitieri, abbia deplorato carenze di personale. Più difficilmente comprensibile, invece, che abbia invocato un ulteriore aumento delle competenze, a prima vista già mastodontiche, della magistratura contabile: «Ad oggi ci sono contenziosi tributari per 33mila miliardi di euro, possibile che un istituto come la Corte dei conti, che lavora nel mondo della spesa pubblica, sia estraneo a un sistema in cui girano queste cifre? Possibile che siamo rigorosi sulla spesa e non possiamo dire nulla sulle entrate?».

In realtà proprio il carattere per così dire onnicomprensivo dei poteri della Corte viene citato spesso da chi la critica: più la sua area di azione si amplia, più i controlli tendono a limitarsi a un puro legalismo formale, perdendo sostanza ed efficacia nel merito. Esattamente il contrario di quanto la stessa Corte predica per l’attività delle altre amministrazioni pubbliche e degli enti sottoposti alla sua vigilanza. Nelle relazioni annuali pubblicate (per legge la Corte deve valutare anche i bilanci di società quotate in Borsa come Enel e Poste, già sottoposte all’esame di legioni di revisori) ricorrono spesso termini come economicità, efficienza ed efficacia. La parola d’ordine è il ricorso a rigorosi metodi di valutazione della performance. Buoni consigli che però la Corte stessa non sembra praticare su se stessa. Almeno se la si mette a confronto con le sue consorelle europee. Il National Audit Office inglese pubblica per esempio ogni anno uno studio sull’impatto economico delle sue decisioni (vedi anche altro articolo in pagina). Lo studio è il punto di partenza che permette all’ente inglese di giustificare di fronte ai cittadini i costi relativi al suo funzionamento e al tempo stesso di avere dei criteri di valutazione per calibrare l’attività dell’anno successivo. Quanto alla redazione dei bilanci la Cour des Comptes francese spiega di essere sottoposta a un triplice ordine di controlli: quello dei revisori interni, scelti dal consiglio dell’Ordine dei revisori, del Parlamento che elabora degli indici di efficienza, e quello della cosiddetta «peer review» (letteralmente: revisione dei pari). Ogni anno vengono invitati a Parigi i componenti di una Corte dei conti straniera (l’ultima volta è toccato alla Finlandia), che esaminano i conti e offrono delle raccomandazioni per migliorare l’efficienza della gestione (raccomandazioni che vengono sempre accolte).

GLI STIPENDI

La stessa cosa fa la Spagna, che l’anno scorso si è fatta controllare dai colleghi della Ue e l’anno precedente da quelli portoghesi.

Né «peer review», né «valutazione d’impatto» fanno parte del vocabolario della Corte dei conti italiana. Che pure negli ultimi anni sembra aver deciso di imboccare la strada dell’austerity: i costi si sono ridotti di qualche decina di milioni e i dipendenti di qualche centinaio di persone. L’ultima relazione del presidente parla di taglio delle auto blu (da 23 a 6) e di una serie ulteriore di misure per la riduzione delle spese. A diminuire sono stati anche gli stipendi dei vertici. Fino al 2014 il presidente e il Procuratore della Corte portavano a casa circa 312mila euro l’anno; qualche cosa di meno il procuratore aggiunto. Dopo la stretta voluta dal governo, il nuovo numero uno nominato poche settimane fa, Arturo Martucci di Scarfizzi, è stato allineato al tetto per i funzionari pubblici, pari a 240mila euro. Nonostante il taglio, il numero uno italiano resta il magistrato contabile meglio pagato d’Europa. A superarlo, in termini nominali, è solo il suo collega inglese, che però perde parecchie posizioni se lo stipendio viene corretto in termini di potere d’acquisto e valutato in rapporto al reddito medio del Paese. Non è un primato solo e tanto della Corte dei conti, ma di tutte le retribuzioni pubbliche italiane, ai primi posti in Europa per quanto riguarda i vertici, in fondo alla classifica se si guarda i livelli medio-bassi.

GLI ERRORI

Il neopresidente Martucci di Scarfizzi viene considerato un raffinato giurista e continua così la tradizione dei vertici della magistratura contabile, ricca di principi del diritto, spesso (soprattutto in passato) contesi per consulenze esterne legate alle attività ministeriali o a quelle di produzione legislativa.

Più in difficoltà la Corte sembra essere quando si tratta di esprimere valutazioni in campo economico, valutazioni che peraltro sembrerebbero connaturate con il suo compito di revisore dei conti pubblici. A testimoniarlo un infortunio reso noto pochi giorni fa da un articolo di una ricercatrice della Fondazione Hume e pubblicato dal Sole 24 Ore. Il testo ripercorre l’origine della stima sui costi totali diretti della corruzione in Italia, quantificati in 60 miliardi di euro. La cifra, frutto di una valutazione estemporanea emersa, pare, durante un convegno, viene per due volte smentita come «fantasiosa» in altrettanti atti ufficiali: l’annuale rapporto al Parlamento dal Saet «Servizio Anti-corruzione e trasparenza» costituito presso il ministero della Funzione pubblica; e il rapporto al Parlamento dello stesso ministro della Funzione pubblica. Eppure per due volte la Corte dei conti, prima nel «Giudizio sul rendiconto generale dello Stato» riferito al 2008, e poi nella Relazione del Procuratore del 2012, la prende per buona. Con tutta evidenza si tratta di un fraintendimento, nato chissà come, e all’apparenza destinato a finire lì. E, invece, le conseguenze ci sono eccome. Ne 2014 la relazione dell’Unione Europea sulla corruzione cita la Corte dei conti. E che cosa cita? Proprio la stima sui «fantasiosi» 60 miliardi. Che da allora a Bruxelles fanno testo. Con buona pace degli italiani.

Angelo Allegri, Il Giornale, 5 settembre 2016

Condividi: