Verità e luoghi comuni, il chiaroscuro della nostra giustizia

I tempi medi di definizione dei processi civili sono elevati ma ci sono uffici con standard migliori della media europea

Verità, luoghi comuni e alibi incorporano tutti una quota comune. Non fa eccezione chi, come su queste pagine ieri il presidente dell’Associazione tra le banche estere in Italia, teme che gli istituti di credito in fuga da Londra dopo la Brexit non si spostino a Milano, come pure sarebbero tentati, a causa di «burocrazia, tassazione» e soprattutto «giustizia: in caso di delocalizzazione il Foro competente per tutte le questioni giuridiche sarebbe in Italia, e nessuno vuole venire a chiedere giustizia in Italia».

Anche se maliziosamente verrebbe da ripensare alle non poche volte nelle quali le associazioni bancarie nazionali e internazionali sono rimaste silenti su prassi disinvolte (come i «prodotti derivati» appioppati a zavorrare per decenni i bilanci di Regioni e Comuni) poi arginate soltanto dall’intervento della magistratura, nessuno può seriamente disconoscere il nesso tra lentezza-imprevedibilità-costosità del sistema giudiziario italiano e perdita di competitività del Paese, tanto più di fronte ormai a una sterminata pubblicistica di Bce, Bankitalia, università, ministeri, economisti e giuristi. Eppure, come in tutte le verità che a forza di essere ripetute rischiano di inflazionarsi in pretesti, l’inquadratura finisce per essere un po’ sfuocata. E non «racconta» che qualcosa, invece, si muove.

È innegabile che i tempi medi di definizione dei processi civili restino ancora più elevati di altri Paesi, ma meno noto è che nella geografia delle prestazioni a macchia di leopardo ci siano uffici (anche al Sud) con standard di tempi e di durata migliori della media europea. Se il ministero pronostica a fine anno la discesa delle cause pendenti sotto i 4 milioni quando nel 2009 sfioravano i 6 milioni, più importante è che stiano scendendo del 14% le cause più vecchie di tre anni, esposte ai risarcimenti della legge Pinto. E proprio con un occhio agli investitori stranieri si è puntato (dal 2012) sugli specializzati Tribunali delle Imprese, che, se un rischio corrono, è se mai quello di restare vittime dei propri iniziali record di definizione di 8 cause su 10 in appena 1 anno, e di conferma in Appello in quattro quinti dei casi.

Chiaroscuro è anche il tono della carenza di 9.000 cancellieri (19% di scopertura nazionale, con punte del 30%): il ministro della Giustizia dice il vero quando rivendica di essere il primo da 20 anni a immettere nuovo personale, ma dice il vero anche chi fa semplice aritmetica, prende per buoni i futuri 4.000 nuovi ingressi 2014- 2017 (un po’ avviati e un po’ annunciati), e conta che basteranno appena a pareggiare i contemporanei pensionamenti, senza dunque ridurre l’attuale carenza d’organico.

Del resto il rapporto biennale 2012-2014 della Commissione europea per l’efficacia della giustizia nei 47 Paesi del Consiglio d’Europa ricorda che, rispetto al totale della spesa pubblica, l’Italia investe per la giustizia meno (1,3%) di Francia (1,8%) o di Inghilterra e Germania (1,6%), ha meno pm della media europea (3 invece di 11 su 100.000 abitanti), e meno giudici (11 invece di 21). E in una Cassazione italiana investita ogni anno da 50.000 ricorsi nel penale e 30.000 nel civile (dove l’arretrato è a quota 105.000, metà in materia tributaria), non c’è produttività che tenga per giudici che come criceti sulla ruota scrivono 400 sentenze l’anno, a fronte di colleghi che nelle Supreme Corti omologhe vengono chiamati a esprimersi su poche migliaia di procedimenti (in Germania) o solo su 120 (in Inghilterra).

Ma «dentro» i numeri si coglie soprattutto che il sistema giudiziario non brilla certo per efficienza anche perché su esso si scaricano, come cambiali che vanno in protesto a distanza di tempo, sia la patologica domanda di giustizia di settori della società civile che scambiano i processi per ammortizzatori sociali, sia le decennali furbizie di un legislatore avvezzo a comprare consenso promettendo, dispensando, complicando e contraddicendosi. Altrimenti l’Enel non avrebbe vissuto epoche da 60.000 cause del valore di 1 euro. E l’Inps (1 causa su 5 in Italia, metà in sei sedi) non sarebbe dei tribunali civili il maggiore «azionista», che, già solo iniziando dal 2011 a spulciare il tipo di liti del distretto che produceva il 15% del suo contenzioso nazionale, e facendo così crollare dell’88% i nuovi ricorsi, ha «beneficiato» la giustizia più di tanti pomposi progetti di legge.

Luigi Ferrarella, Corriere della Sera, 24 ottobre 2016

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