Una donna da proteggere

Certe volte mi domando che cosa si debba fare in Italia per finire in galera e soprattutto per restarci.

Reduce da un’onorata carriera di minacce e percosse alla ex moglie, a Torino un balordo spara al figlio e non lo uccide solo perché gli si inceppa la pistola. Lo arrestano l’8 marzo, festa della donna. Il 10 è fuori. Naturalmente con un solenne e assoluto divieto di avvicinamento ai familiari: è dai tempi delle gride manzoniane che le nostre leggi fanno la faccia cattiva con la coda tra le gambe. Il balordo è talmente preoccupato che la mattina dopo si rimette sulle tracce della ex. La povera donna, che se l’è sorbito per ventidue anni e questo è l’unico particolare della storia che non depone a suo favore, riceve in un giorno duecentosettantasei telefonate.

Lui la ritrova, la picchia, torna in carcere. E siamo al 28 marzo. Giusto il tempo di un riposino ed eccolo di nuovo libero (ma il tentato omicidio del figlio è stato archiviato?). Libero di insultare e minacciare l’universo mondo. Lo rimettono dentro, eppure mercoledì scorso indovinate dov’è? Arresti domiciliari, intima il giudice di sorveglianza, scarcerandolo alle otto di sera. Quaranta minuti dopo è già al bar di famiglia, pronto a dare in escandescenze.

La ex moglie chiede protezione, ma intanto ha messo la casa in vendita. Vuole scappare all’estero.
Fuggire da un Paese che non è in grado di difenderla nemmeno dal padre dei suoi figli e da un sistema politico-giudiziario che, se le succedesse qualcosa, piangerebbe come sempre calde lacrime di coccodrillo.
Massimo Gramellini, Corriere della sera, 29 aprile 2017 

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