Riina, quella guerra vinta dallo Stato

Totò Riina non c’è più. Bernardo Provenzano non c’è più. I Bagarella, gli Aglieri, i Calò, i boss di quella sciagurata stagione sono stati assicurati alla giustizia, vivono reclusi nelle patrie galere, guardati a vista, al 41bis. Rimane libero, si fa per dire, il latitante Matteo Messina Denaro, chissà fino a quando. Lo stato ha combattuto la mafia, e ha vinto. Lo stato ha fatto il proprio dovere. Possiamo dunque archiviare il problema? Per carità. Nessuna vittoria è per sempre, guai ad abbassare la guardia, è tuttavia da respingere il pervicace tentativo di delegittimare le istituzioni descrivendo ministri e alti ufficiali come pseudomandanti di stragi, con le mani sporche di sangue innocente.

Oggigiorno nei mandamenti della Palermo nera si ritrovano estortori e spacciatori, capicosca e picciotti di mezza tacca, ma la mafia che venticinque anni fa ebbe la scellerata spregiudicatezza di assassinare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non esiste più. Si pensi soltanto all’annus horribilis, 1991: settecento omicidi riconducibili alla criminalità organizzata, il picco assoluto. Quasi il doppio dei morti di violenza politica – quattrocentonovanta – negli anni di piombo dal 1969 al 1985. A New York Cosa nostra parla calabrese, ha scandito il procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri mettendo in guardia dal nemico numero uno, la ‘ndrangheta: ‘Attualmente è la mafia più forte e più ricca nel mondo occidentale, se non altro perché importa l’ottanta percento della cocaina che arriva in Europa’. Lo storico Salvatore Lupo non si stanca di ripetere che lo stato ha vinto: ‘C’è un pezzo di opinione pubblica che ragiona come se quei fatti tragici fossero avvenuti ieri, anzi che si sente come bloccata in quel passato. Vogliamo ammetterlo che tanti sforzi, tanti sacrifici, anche della vita, sono serviti a qualcosa? È paradossale e frustrante che uno dei pochi risultati conseguiti in questo paese non sia riconosciuto’. A Palermo si è imbastito un processo su una presunta ‘trattativa’ che ha il sapore della ricostruzione storiografica e, tra rinvii e incertezze, sembra voler procrastinare il momento della sentenza. In giro per l’Italia si sono costruite carriere politiche e togate in nome di quel professionismo dell’antimafia che ha trasformato le vittime in carnefici, e viceversa. Riina, il ‘capo dei capi’ di Corleone che si vantava dell’assassinio di Falcone (‘gli ho fatto fare la fine del tonno’), non si è mai pentito e al compagno galeotto confidava il fastidio per essere descritto come un ‘pupo’, un burattino, nelle mani di forze occulte annidate dentro lo stato. Riina si è congedato da questo mondo circondato dall’équipe di medici e infermieri che non hanno mai smesso di prendersi cura di lui, i congiunti più stretti lo hanno raggiunto al capezzale per l’estremo saluto. Uno stato di diritto concede una morte pietosa anche a chi ha deciso, senza alcun sentimento di pietà, di far cessare la vita degli altri. La giustizia non è vendetta.

 

Annalisa Chirico, Presidente Fino a prova contraria, Democratica, 17 novembre 2017

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