Enzo Tortora

Enzo Tortora, le lettere dal carcere diventano un libro

A quasi trent’anni dalla morte di Enzo Tortora, la sua compagna Francesca Scopelliti consegna alla memoria degli italiani una selezione delle lettere che il celebre giornalista e presentatore televisivo le scrisse dall’inferno del carcere. Arrestato nel 1983, quando i magistrati di Napoli lo accusano di associazione camorristica e spaccio di droga, Tortora è vittima del più clamoroso errore giudiziario del dopoguerra.

La star amata da decine di milioni di italiani vive in quei giorni l’incubo di una giustizia ferma al Medioevo e promette di battersi fino all’ultimo non soltanto per affermare la sua estraneità alle accuse ma anche per denunciare le aberranti condizioni di vita dei detenuti. Promessa mantenuta: Enzo Tortora diventerà di lì a poco il grande leader politico della battaglia per una giustizia giusta, culminata con la vittoria schiacciante, poi tradita dal Parlamento, del referendum per la responsabilità civile dei magistrati.

Ecco un estratto dalla prefazione del libro (Pacini Editore), scritta da Giuliano Ferrara:

Facile dire che i colletti bianchi, quando cadono nel baratro, non meritano la nostra attenzione o compassione. Enzo Tortora era un liberale, un televisivo di estremo successo, colletto candido. Travolto dal carcere e dall’ingiustizia, fino alla condanna della morte passando per l’assoluzione della Corte, il colletto bianco non si vedeva più. Che cosa restasse dopo la retata, dopo l’umiliazione, dopo la decisione favorevole alla “custodia preventiva in carcere” (lessico burocratico), queste lettere lo dicono dallo sprofondo di un tempo remoto e di una memoria presente. Restavano la solidarietà, l’umanità cocente e disperata, il senso di essere uno come altri, il bisogno d’aria della bestia in gabbia, l’autocontrollo, lo struggimento d’amore, la malattia dell’innocenza, lo sbalordimento del gentiluomo, il passaggio senza fine di un tempo che si faceva platonicamente immagine mobile dell’eternità, la rivolta contro un paese rivelatosi oppressore, un sistema capace di tutto, e sopra tutto la logica del partito preso, la spirale dell’interesse ad accusare, a trovare indizi nella testimonianza della feccia più feccia per difendere la reputazione della toga più toga, la sensazione di essere braccato da una follia cinica rivestita dei panni augusti della giustizia e della forza dello stato oltre che dalla carognaggine dei giornali e delle tv, eccezioni rare e solo esemplari, inefficaci per lo più e comunque lontane, in dissolvenza per tutto il primo periodo del carcere. (..)

(..)Tortora è morto al culmine della tragedia, segnando della tragedia l’aspetto sinistro dell’inevitabilità. Eppure era tutto evitabile. Il carcere era afflittivo, inutile, affermazione di un potere senza significato sul piano del diritto. Le lettere lo mostrano a dito, il pregiudizio che devasta, che rinvia, che non tiene conto, che va in vacanza d’estate, che non si cura del rispetto del diritto, che conta sulla ignobile trafila dell’accusato in catene, in schiavettoni. La procedura penale avrebbe consentito un processo senza gogna, e della procedura morbosa fecero parte invece le parole assertive, cattive, disumane che furono pronunciate in toga contro l’inerme tra gli inermi, contro il “cinico trafficante di morte” che si preparava a scambiare la sua vita, quella delle figlie di Francesca dei suoi, con la desueta ma in lui viva funzione dell’onore personale. Il processo fu processo politico, avanscena della carica contro la Repubblica appena di là da venire, esperimento selvaggio di una casta codina intenzionata a regnare sullo spirito degli italiani, con brindisi di cronisti appiccicato, anticipo di una rivoluzione sostitutiva della divisione dei poteri, dell’equilibrato controllo reciproco.

 

 

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