Titta Madia: Fino a prova contraria è il movimento di cui l’Italia ha bisogno

Fino a prova contraria è il movimento di cui l’Italia ha veramente bisogno. Vado spesso a Parigi e mai, sui giornali francesi, si leggono articoli di cronaca giudiziaria; anche su quei quotidiani più popolari non v’è traccia di scandali che coinvolgono imprenditori, politici, burocrati o professionisti. A volte si legge di processi per reati comuni (rapine, omicidi etc.) ma sembra che la giustizia non si occupi dei cosiddetti colletti bianchi. Forse in quel paese del nord Europa sono tutti onesti? Può essere, com’è certo che da noi l’illegalità dilagante richiede un forte intervento dissuasivo. Che però in Italia assume caratteri eccezionali, come dimostrano anche le cronache giudiziarie che, normalmente, occupano ogni giorno intere pagine dei principali quotidiani. Gli interventi calmieratori sono tutti sforzi vani perché la magistratura ha assunto un potere assoluto, attribuitogli dai cittadini, dai media e del quale abbondantemente abusa. Quali rimedi? A mio giudizio, i punti deboli dell’apparato giudiziario, che mettono in crisi la santificazione del magistrato nell’immaginario collettivo, sono i seguenti:

I magistrati sono, spesso, dei veri “fancazzisti”, nel senso che alcuni lavorano e molto, i più fanno il minimo necessario per giustificare il loro non insignificante stipendio. Ciò è comprovato dal fatto, arcinoto che in alcuni Tribunali non esiste arretrato, mentre in altri si prescrivono reati gravissimi. Sono tanti i casi dei Tribunali inefficienti (Napoli su tutti) e pochi quelli efficienti (Torino il più noto e Marsala – incredibile – il meno noto). Domanda: perché a parità di mezzi e uomini la produttività è così diversa? Dipende da un mancato controllo o da uno sfrenato spirito corporativo che impedisce ai controllori di denunciare i colleghi che non lavorano e rubano lo stipendio?

I magistrati sbagliano, è fisiologico che sbaglino e il nostro processo è strutturato per correggere gli inevitabili errori umani nel processo decisionale. Ma quando un magistrato sbaglia costantemente, in inchieste o in sentenze che comportano gravi danni umani o economici, non si dovrebbe tenerne conto nell’avanzamento della carriera, nell’assegnazione degli uffici, dei ruoli direttivi? Ovvero gli errori più rilevanti e frequenti non dovrebbero segnare la carriera del magistrato? Di fatto, nella competizione tra loro per concorrere a funzioni direttive i magistrati sussurrano e confidano, non apertamente ma sommessamente, le defaillance dei colleghi che ben conoscono e che usano nelle loro lotte interne. Ma è un sussurro che non viene formalizzato in precise segnalazioni che vadano a comporre il profilo professionale del magistrato. Io sono contrario alla responsabilità civile del magistrato (di fatto legge inattuata e inattuabile: saranno sempre i colleghi a giudicare la responsabilità civile del magistrato, con criteri corporativi, e ciò anche per una personale tutela), ma segnare nel curriculum professionale i più gravi errori comporterebbe una trasparente competizione tra magistrati per gli avanzamenti di carriera.

Al ministero della Giustizia svolgono funzioni direttive (capi dipartimento e direttori generali) solo i magistrati e gli avvocati, pochi, compongono in numero minoritario commissioni di studio che normalmente non servono a nulla.

Tenuto conto della situazione fallimentare della nostra amministrazione giudiziaria, si dovrebbe riflettere se affidare i compiti più rilevanti a dirigenti non magistrati, non contigui alla magistratura, non appiattiti sulle incrostazioni corporative dell’ordine giudiziario ma esperti di organizzazione ed efficienza degli uffici che possano rendere produttivo questo settore vitale della pubblica amministrazione.
Il problema dei problemi dell’amministrazione giudiziaria non è quello della pervasività della giustizia penale (in un Paese ad alto tasso di illegalità ben venga un severo controllo del giudice penale) e neppure quello della custodia cautelare (invero, salvo casi clamorosi, applicata in termini minimali a soggetti di alto lignaggio) e neppure quello delle intercettazioni telefoniche (certo esagerate nel nostro Paese ma giustificate da fenomeni criminali molto diffusi).
 Il problema dei problemi è l’inefficienza e l’irresponsabilità, laddove la seconda copre e giustifica la prima. Il pm indaga, sostanzialmente arresta, (il gip è spesso un passaggio formale) e poi, se ha preso una cantonata, rallenta le indagini, diluisce il processo finché nessuno più se ne interessa ed egli rimane irresponsabile in un mare di carte inutili e molto costose. L’efficienza rende il sistema trasparente, svela chi ha sbagliato, condanna prontamente il colpevole, assolve prontamente l’innocente. L’unica battaglia possibile e realistica è quella di pretendere trasparenza nella produttività di uffici e singoli magistrati. Ma questo dato – quanto lavora il singolo ufficio e il singolo magistrato – è coperto da un segreto impenetrabile che nessun organo di stampa ha mai investigato.

Titta Madìa, avvocato. Tra i suoi clienti l’ex capo del Sismi Niccolò Pollari nel processo Abu Omar, l’ingegnere Ercole Incalza (14 processi e 14 assoluzioni), Francesco Rutelli e la Margherita nel processo contro l’ex tesoriere Luigi Lusi.

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