tempi di prescrizione

Quanta confusione sotto il cielo, se “prescrizione” diventa una parolaccia

Dal conflitto tra magistratura e politica ai tempi di Berlusconi ci portiamo dietro molti nodi irrisolti o mal risolti del giusto processo. Tra essi, anche quello relativo alla prescrizione dei reati. L’idea che la prescrizione oltraggi la funzione della pena e irrida a tutti quelli che si comportano correttamente non viene solo da quegli anni di conflitto. La dottrina penalistica ha ragionato a lungo sui due poli del valore della certezza della punibilità da un lato e della sua indeterminatezza temporale, dall’altro. E di questa altalena ne ha risentito il diritto positivo, fin dal codice Zanardelli e Rocco. Tuttavia, la veemenza con cui, negli ultimi anni, opinione pubblica e rappresentanti politici e della magistratura ritengono una ferita alla civiltà giuridica un’istituto che, fin dai tempi del diritto romano, ne è stato invece baluardo, ha origini mediocri, come quella della polemica sulla legge ex Cirielli e sulla sua applicazione ad personam, come si diceva fino a poco tempo fa.

Ridurre la riflessione sulla prescrizione alla solita chiacchiera tra buoni e cattivi, puri e impuri non rende giustizia alla complessità dell’istituto. Soprattutto, non aiuta a focalizzare l’attenzione sulle vere esigenze di efficienza dell’amministrazione della giustizia. Il dato da cui partire non è, come dice Davigo, che ci sono tante inchieste e poche sentenze perché c’è la prescrizione. Piuttosto, il dato da cui partire è perché i tempi dei procedimenti penali sono così spesso più lunghi dei termini di prescrizione e perché ci sono tante inchieste che si risolvono in nulla. L’uno e l’altro punto mettono sul banco degli imputati non la prescrizione, ma due elementi essenziali per una giustizia degna di tale nome: la sua efficienza e la volontà dei suoi operatori di distinguere l’utile dall’inutile.

Dovremmo chiederci se i reati vanno in prescrizione non perché la prescrizione è troppo breve, ma perché il procedimento penale è troppo lungo. E’ uso, ad esempio, allungare la fase delle indagini, che dovrebbe avere tempi molto stretti e possibilità di proroga solo in via eccezionale. E le indagini sono lunghe anche perché sono tante. E sono tante anche perché la legge penale lascia sempre più discrezionalità nell’individuare le fattispecie di reato, mentre l’impunità della condotta dei magistrati e il feticcio dell’obbligatorietà dell’azione penale rendono, in definitiva, tutto perseguibile.

In un ambiente culturale in cui i giudici, pubblici ministeri in testa, sono portati a sentirsi indipendenti da tutto tranne che dall’opinione pubblica, come si può pensare che l’inefficienza della giustizia si possa riparare riconoscendo al processo o a una parte di esso efficacia interruttiva della prescrizione, così da introdurre «nella giustizia pratica la più abominevole signoria dell’arbitrio», come scrisse Francesco Carrara (Programma del corso di diritto criminale, 1860)?

Il problema della giustizia penale è che molte indagini non dovrebbero iniziare, non che dovrebbero concludersi con una sentenza di merito (si veda l’assoluzione di questi giorni di tutti gli imputati del caso «Centurione» al ministero dell’Agricoltura, in cui il procuratore aggiunto di Roma fece una conferenza stampa nei minuti in cui gli indagati venivano condotti in custodia cautelare); che le ordinanze di rinvio o di custodia cautelare sembrano sempre più sganciate dal lessico e dalla riflessione giuridici (si legga l’ordinanza di due giorni fa a carico del sindaco di Lodi); che l’obbligatorietà dell’azione penale, davanti a reati che vogliono dire tutto e nulla come abuso di ufficio o traffico di influenze illecite, si trasforma in un esercizio potenzialmente inutile dell’azione penale a carico non solo dell’indagato, ma della società stessa e delle sue istituzioni (quante risorse sprecate per assolvere in appello il governatore De Luca dal reato di abuso di ufficio?); che i magistrati, a partire dai pubblici ministeri, possono essere superiori a tutto tranne che alle proprie vanità, al pari di ogni essere umano, e che proprio per questo la loro autonomia non può diventare, come è da noi, autocrazia e irresponsabilità. E’ da un’accusa sollecita che si ha la guarentigia della sua sincerità, scriveva Carmignani. E la sollecitudine dell’accusa non può che passare anche dalla debita considerazione che si ha dell’istituto della prescrizione.

Serena Sileoni, Il Foglio, 8 maggio 2016

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