Suicidio in carcere, suicidio di Stato. Ma il ministro pensa al PD…

La giustizia se la passa benissimo, indubitabili progressi, quadro in netto miglioramento.

Le primarie Pd hanno ragioni che la ragione non conosce ma il ministro Orlando, impegnato nella corsa congressuale, dovrebbe farsi sentire perché qui i fatti urlano, il silenzio rimbomba. Sabato, intorno alle undici di sera, un 22enne che non doveva essere dietro le sbarre si è impiccato con le lenzuola nel carcere di Regina Coeli. Era fuggito dalla Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza, la struttura semisanitaria e semicarceraria per chi ha problemi psichiatrici, esattamente come il protagonista di quello che Marco Pannella ascriverebbe alla categoria dei ‘suicidi di stato’. I carabinieri l’hanno ritrovato dopo l’evasione, il ragazzo ha cercato di fuggire, gli sono stati contestati la resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e danneggiamento. Ma anziché riportarlo lì dove era tenuto sotto sorveglianza medica e psicologica, il giovane è stato tradotto in carcere, per l’esattezza in un istituto che dovrebbe ospitare al massimo 622 detenuti e attualmente ne tiene ristretti 911. A Regina Coeli il ragazzo non ha resistito: si è tolto la vita.

In Gran Bretagna a gennaio è accaduta una vicenda simile: Dean Saunders, 25enne con disturbi psichici, è stato arrestato e abbandonato a se stesso in una cella, dopo un mese si è ucciso. Eppure genitori e Garante dei detenuti avevano evidenziato l’‘elevato rischio di suicidio’. Il ministro della Giustizia inglese Liz Truss ha incontrato i familiari e ha chiesto pubblicamente scusa. In un paese civile certe vicende non dovrebbero accadere, da noi invece si moltiplicano gli episodi che testimoniano la bancarotta giudiziaria. E nessuno chiede scusa. A Regina Coeli quella morte era evitabile, non conosciamo il nome della vittima ma pretendiamo di conoscere l’identità delle persone responsabili del tragico epilogo.

Vogliamo sapere chi ha deciso di spedire il ragazzo in prigione e non nella Rems, vogliamo che il governo chieda scusa. E non solo per questo. Un cittadino pugliese ha scontato oltre vent’anni di carcere da innocente per una parola in dialetto tarantino fraintesa dagli inquirenti: chi sono i responsabili? A Torino la vittima di uno stupro, a distanza di due decenni dal fatto, è rimasta senza giustizia, prosciolto per intervenuta prescrizione l’uomo già condannato in primo grado a dodici anni di carcere. Ci sono voluti nove anni prima che il processo d’appello avesse inizio, invano.

Negli ultimi dieci anni errori giudiziari e ingiuste detenzioni sono costati ai contribuenti quasi 700 milioni di euro in termini di risarcimenti. Le scuse le meritano pure i reclusi costretti a sopravvivere in condizioni che – ci dispiace, signor ministro – non hanno superato la fase dell’emergenza. Dall’esterno ci raccontano che va tutto bene, madama la marchesa, ma i sindacati di polizia penitenziaria, in sottorganico per almeno 7mila unità, denunciano una situazione esplosiva, ogni giorno si registrano in media 23 atti di autolesionismo e 3 tentativi di suicidio sventati in extremis, a Perugia un detenuto straniero ha battuto un record per numero di oggetti ingeriti (18 pile, tre tagliaunghie, due accendini, tre lame e un bottone), negli ultimi quattro giorni tre detenuti si sono autoannientati (a Roma, Bologna e Napoli), dal 2015 la popolazione carceraria è tornata a crescere con un incremento di oltre il 6 percento.

La giustizia sta benissimo, d’accordo, ma voi come vi sentite?

Annalisa Chirico, Il Giornale, 27 febbraio 2017

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