Strage di Viareggio, condanne pesanti. Ma eque?

Il tribunale di Lucca ha inflitto ieri 23 condanne per la strage di Viareggio del 2009; tra queste, 7 anni di carcere per l’allora amministratore delegato delle Ferrovie, Mauro Moretti.

Una condanna che solleva alcuni dubbi; ecco una breve rassegna dei commenti di oggi.

La condanna mediatica di Moretti

Perché non si può confondere la giustizia con il risarcimento del dolore. La sentenza di primo grado del processo sulla strage di Viareggio

Il tribunale di Lucca ha condannato a sette anni l’ex amministratore delegato di Ferrovie italiane Mauro Moretti per l’incendio successivo al deragliamento del treno che causò la morte di 28 persone a Viareggio, il 29 giugno del 2009. In un clima surriscaldato dalle proteste dei parenti delle vittime, si è replicata la scelta, già verificatasi in altre occasioni, di attribuire ai vertici massimi di un’azienda assai complessa la responsabilità penale di un disastro. Dal dispositivo della sentenza si capirà come sono state determinate le catene di responsabilità concrete e specifiche, che dovrebbero essere provate in un caso di questo tipo.

Il fatto che la condanna, seppure assai pesante, sia di molto inferiore a quella a 16 anni richiesta dall’accusa, sembra far intendere che non tutto l’impianto accusatorio sia stato accolto. Anche questo autorizza a prevedere che nei successivi gradi di giudizio ci sarà modo per valutare in modo meno emotivo le responsabilità personali e soggettive, invece di applicare una logica extragiuridica di “responsabilità oggettiva” che pare abbia prevalso anche in questo caso. D’altra parte, se ci sono voluti più di sette anni per mettere insieme un procedimento penale, vuol dire che la materia è oggettivamente complessa, il che ha impedito all’accusa di agire in modo spedito, nonostante l’imminenza dei termini di prescrizione. La richiesta di “giustizia” delle famiglie delle vittime è comprensibile e condivisibile, ma la giustizia non deve essere confusa con una sorta di risarcimento morale del dolore. Quando si cerca di dare questa interpretazione si esce dai cardini giuridici, il che – prima o poi – viene censurato in successivi gradi di giudizio. Nessun sentenza “vendicativa” può lenire il lutto, e una sentenza destinata a finire nel nulla è solo un’illusione che rischia di rendere ancora più ulcerante la delusione. Ancora peggio sarebbe mettere in carcere per anni persone giudicate colpevoli solo per le funzioni che esercitavano, senza che sia provata un’effettiva responsabilità personale.

Anche in questo caso si avvertono i sintomi dell’avvelenamento mediatico della giurisdizione, un male oscuro che sembra incurabile (e che è stato denunciato recentemente in termini piuttosto espliciti anche nell’inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione). Uno stato di diritto non può mai derogare dal principio dell’indipendenza della giustizia, anche dalla commozione per il dolore e dalla solidarietà per chi ha patito lutti e distruzioni. Quando e se si renderà la giustizia meno “popolare” ma più rigorosa, vorrà dire che si è imboccata la strada giusta, oggi ancora lontana.

 

Il Foglio, 1 febbraio 2017 

Sulla stessa vicenda scrive anche Alessandro Sallusti:

Su Moretti nasce il grillismo in toga

Il tribunale di Lucca ha inflitto ieri 23 condanne per la strage di Viareggio del 2009, il deragliamento di un convoglio ferroviario carico di gas che, esplodendo, provocò la morte di 32 persone. Sentenze pesanti, dai sei anni in su, seppur dimezzate rispetto alle richieste dei pm. Per chi quella notte perse parenti e amici non c’è verdetto che possa placare rabbia e dolore, ed è comprensibile. Neppure l’ergastolo. La giustizia non ha il potere di resuscitare i morti, ma il dovere di punire i colpevoli, se risultano tali.

Per il cedimento di un bullone di un carro tedesco è finita alla sbarra tutta la catena di comando delle Ferrovie, compreso l’allora amministratore delegato Mauro Moretti, oggi a capo di un’altra azienda strategica italiana, Finmeccanica. Per lui i pm avevano chiesto 16 anni di carcere per un teorico «omesso controllo», reato subdolo perché, in pratica, impossibile da evitare in un’azienda di quelle dimensioni. Ieri si è preso sette anni, quasi dieci di meno, e già questo apre dubbi su come i magistrati possano interpretare le leggi un tanto al chilo, in base a opinioni e teoremi più che a fatti oggettivi.

Il verdetto ha provocato immediate ripercussioni anche su Finmeccanica, precipitata in Borsa, perché è ovvio che la riconferma al vertice di Moretti, uno dei migliori manager pubblici che abbiamo, sia ora in discussione, poiché sette anni per omesso controllo restano comunque una sentenza pesante, esemplare.

E qui viene il punto. Le sentenze devono essere esemplari o, più semplicemente, eque e sagge? Devono assecondare e placare la legittima ansia risarcitoria delle vittime, dando in pasto a loro e all’opinione pubblica il pesce grosso, a prescindere dai fatti? Penso di no, i tribunali nascono per evitare le esecuzioni sommarie, da parte dei cittadini, di persone ritenute colpevoli secondo la comune opinione. In questo caso si è sottratta una persona al linciaggio pubblico per poi sottoporla a quello di Stato, che così se ne lava le mani. Siamo al giustizialismo politico grillino applicato alla giustizia. E la cosa, detta con enorme rispetto ai parenti delle vittime che hanno tutto il diritto di dissentire da questa tesi, non ci piace e non ci lascia tranquilli.

 

Alessandro Sallusti, Il Giornale, 1 febbraio 2017.

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