La vicenda di Luigi Pelaggi

Ho fatto risparmiare allo Stato 670 milioni. E mi hanno arrestato

«Ho fatto risparmiare allo Stato 670 milioni di euro. E sono finito pure a Regina Coeli». È l’ex commissario di governo Luigi Pelaggi a sfogarsi dopo essere venuto a conoscenza che l’accusa di corruzione che lo aveva portato dietro le sbarre è stata archiviata. L’avvocato era stato coinvolto nell’inchiesta aperta sulla bonifica dell’area ex Sisas di Pioltello-Rodano. Vicenda che aveva portato l’Europa a condannare due volte l’Italia a pagare centinaia di milioni di euro. Pelaggi ha evitato il pagamento, ma è stato raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare. Mesi di carcere. E adesso è stato riconosciuto completamente estraneo a quelle accuse.

Avvocato, quando ha saputo della sua totale estraneità a un’accusa così pesante? 
«Solo pochi giorni fa. Ma la cosa che più mi lascia perplesso è il fatto che la decisione del gip romano è stata presa lo scorso maggio».

Un mese senza sapere di essere stato prosciolto? 
«Esattamente».

Quindi trenta giorni in più di sofferenza dopo quello che aveva già dovuto affrontare. 
«Sì. Ma non finisce qui».

Cosa intende avvocato. 
«Ho già presentato al Tribunale civile di Roma richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione. Ma appena terminerà anche il procedimento penale chiederò pure risarcimento per l’ingiusta privazione della libertà personale. Ho già pronto infatti un dossier di 250 pagine che ho scritto in collaborazione con esperti della Nato e di Pisa per dimostrare la mia innocenza».

Il reato di corruzione è stato archiviato. Ma restano in piedi ancora le accuse di violazioni ambientali e abuso d’ufficio. 
«Queste accuse faranno la fine di quella di corruzione e sarà riconosciuta la mia innocenza. Anzi. Si riconoscerà quello che da sempre è evidente: con la bonifica della Sisas lo Stato italiano ha risparmiato una sanzione economica di oltre 670 milioni di euro già comminata dalla Commissione europea».

Cosa le è rimasto di quei giorni trascorsi a Regina Coeli? 
«Un senso di vergogna».

Preferisce non ripercorrere quel periodo dietro le sbarre?
«Sì. Parlarne mi fa stare di nuovo molto male, non ce la faccio a dirle ciò che ho affrontato, emozioni troppo forti per ripercorrerle».

Lei fu accusato di aver intascato una tangente di 700mila euro da una società. 
«La liquidazione del reato di corruzione è solo l’inizio, al più presto sarà riconosciuta anche l’insussistenza di tutte le altre accuse, come già venne riconosiucta l’incompetenza per territorio delle autorità giudiziaria di Milano da parte della Cassazione».

La sua battaglia giudiziaria non è dunque ancora terminata. 
«No, ma l’accusa di corruzione, quella più grave, è stata archiviata. Non le faccio l’elenco dei lavori che ho svolto nella mia vita, ma le dico, ad esempio, che tra l’altro, per dieci anni, ho insegnato diritto del Lavoro all’università».

Professore, cosa si augura dopo un’esperienza del genere? 
«Spero che non capiti a nessuno».

Crede ancora nella giustizia?
«Certo, profondamente, però è un diniego di giustizia perché quando non si studiano le carte che cosa hanno studiato a fare? Tutto ciò è una parte dell’ingiusto potere».

C’è qualcosa che non rifarebbe? 
«Assolutamente no. Ho fatto tutto in conformità della legge. Io sono la quarta generazione di avvocati in famiglia, il diritto lo conosciamo».

Augusto Parboni, Il Tempo, 30 giugno 2015

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