Rossi: «Paese riparte da giustizia, formazione e grandi aziende»

Il dg della Banca D’Italia: il problema delle sofferenze bancarie è figlio di un Paese che negli ultimi anni è andato indietro e di errori di gestione, anche dei banchieri

Ha attraversato crisi e tentato di spiegare da economista quanto accadeva in Italia e nel mondo. Dopo un passaggio al Fondo monetario internazionale e al Mit di Boston, è dagli uffici della Banca d’Italia che si è trovato a gestire, soprattutto dal momento della sua nomina come direttore generale di Via Nazionale nel 2013, una delle peggiori crisi degli ultimi decenni e non solo. Salvatore Rossi (classe 1949) non è di quegli economisti che giocano a far previsioni le più tremende possibili per evitare di sbagliare. Anzi. L’orizzonte, per quanto nuvoloso sia, indica per lui sempre possibili vie d’uscita. Persino nel novembre del 2015, quando 4 banche italiane, la Popolare Etruria, la Cassa di risparmio di Ferrara, Banca Marche e Cassa di Chieti vengono messe in «risoluzione». Un modo elegante per dire che venivano avviate su un percorso appena meno doloroso del fallimento. Ebbene nel suo libro che ha scritto assieme ad Anna Giunta, professore di Politica Economica all’Università Roma Tre, «Che cosa sa fare l’Italia» (Laterza), in uscita oggi, dice: il mercato e la concorrenza iniziano a farsi strada anche in Italia. Aggiungendo: e a nessuno è venuto in mente di notarlo. Perché, come il libro racconta, il nostro Paese non ama molto analizzare se stesso. O meglio, abbiamo smesso di pensare alle cause del «declino come si definiva quindici anni fa». Siamo molto bravi nell’individuare mille e una possibili strade di uscita dalla stagnazione alla quale ci siamo condannati. Ma che si decida di imboccarne una o più, questa è un’altra storia. «Eppure sappiamo fare un sacco di cose. E un Paese trova la sua identità in quello che sa fare», spiega Rossi.

D’accordo, ma questo saper fare testimoniato dal 16% di Pil che realizziamo nel manifatturiero (il campione al quale siamo secondi è la Germania che è al 22%), ci garantirà un posto in un mondo che tra Brexit e Trump sta ridefinendo le regole del commercio mondiale?
«Gli scenari che si preparano sono due: più protezionismo e più frammentazione. E per di più con l’economia italiana che è peggiorata».

Allora non sopravvivremo?
«Perché no? Servono buone politiche, buoni atteggiamenti dei cittadini e degli imprenditori. Non sono banalità. Perché la nostra identità è legata a quello che sappiamo fare ma richiede anche il saper vendere: è l’intuizione del grande Carlo Cipolla. L’Italia non è la Grecia».

Fatto sta che cresciamo poco e stiamo soffrendo come non mai, perché?
«Siamo strutturalmente in affanno perché non ci siamo adeguati a un mondo che da un quarto di secolo è cambiato, con tecnologie nuove (Ict) e mercati che si sono globalizzati».

Che cosa lo ha impedito?
«Gli anni Settanta hanno segnato una svolta. Molte grandi aziende italiane o sono finite all’estero o si sono rimpicciolite. Ricordate l’ideologia dei distretti? Di fronte a ostacoli politici e sindacali, le imprese hanno scelto di diventare meno visibili. Il nuovo mondo esige invece che ci siano grandi imprese che si mettano alla testa dello sviluppo, o che perlomeno si collochino ai primi posti nelle catene globali che creano valore».

A dire il vero abbiamo perso Luxottica che ha scelto di quotarsi a Parigi dopo la fusione con Essilor…
«È invece una buona operazione stando a quanto leggo dai giornali, perché una famiglia italiana si trova a capo di un gruppo internazionale grande il doppio. Alla famiglia il compito di riuscire a contare. Ma l’internazionalizzazione è decisiva. Ce ne vorrebbero molte di più di aziende di questa dimensione e con queste prospettive».

Sì, ma andrà a Parigi.
«Sarà quotata lì. Perché, un po’ come Londra e New York, è un mercato più liquido. A Milano poche imprese che non fossero bancarie purtroppo hanno deciso di quotarsi. Perché in Italia abbiamo un tipo particolare di imprese familiari».

Abbiamo sempre detto che sono la nostra forza…
«Certo. Ma anche la nostra debolezza per alcune peculiarità esclusivamente italiane».

La Bmw, la Mercedes, la Volkswagen tedesche vedono tutte una forte presenza delle famiglie.
«La differenza non è nel controllo. In Germania la diffusione delle imprese familiari è pari al 90%, in Italia all’86%. Come vede…. E anche il numero di amministratori delegati scelti all’interno della famiglia è simile. Ma quando contiamo le imprese in cui tutto il management è di famiglia, allora in Italia sono i due terzi, in Spagna un terzo, in Germania e Francia un quarto e in Gran Bretagna un decimo».

E allora da dove nascono le sue speranze?
«Ci è già accaduto di ripartire. Nell’epoca giolittina, ai tempi del miracolo economico».

Ma al di là delle speranze, diciamo, storiche…
«Di “fattori abilitanti” ce ne sono molti. Ma due sono quelli fondamentali: l’ordinamento giuridico e l’istruzione».

Sappiamo in che condizione è la scuola.
«C’è anche un problema di università, di dottorati di ricerca poco usati dalle aziende. Non è un più questione di nozioni, ma di competenze più ampie. È la bandiera intellettuale del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco: investire in conoscenza».

Il capitale umano è fondamentale, ma la giustizia, siamo alla solita burocrazia?
«No, ho parlato di ordinamento giuridico. I tribunali che non funzionano sono sicuramente un problema. Ma lì si può intervenire, a Torino funzionano, a Bari meno, quindi si può cambiare. Quando parlo di ordinamento giuridico intendo la filosofia che c’è alla base».

Ma la filosofia non fa viaggiare l’economia.
«E invece sì. Noi abbiamo un diritto, mi permetta di dirlo sperando di essere bene inteso, che è troppo “idealista”. E cioè rifugge da concetti come l’efficienza, il mercato, le imprese. Non lo dico io, lo dicono insigni giuristi. Tuttavia qualcosa s’è fatto in questa direzione».

La giustizia, anche in questi ultimi anni, non ha avuto un atteggiamento molto favorevole al mercato.
«Eppure sul diritto fallimentare si è fatto qualcosa. Sui debitori le norme erano eccessivamente garantiste, tentando di salvaguardare tutti e non difendendo di fatto nessuno. Oggi i creditori hanno qualche garanzia in più. Che significa poi anche potere prestare più denaro se sono banche».

Già, ma le banche vengono considerate uno dei problemi dell’Italia e non solo per l’Italia.
«C’è una parte di verità. Il sistema bancario italiano ha un problema che si chiama Npl (Non performing loans, prestiti che le banche hanno difficoltà a recuperare ndr)».

Che sono una cifra enorme.
«Sì, ma figlia di un Paese che negli ultimi anni è andato indietro. E anche di errori di gestione».

Dei banchieri..
«Sì, anche dei banchieri. E il Parlamento farà una commissione di inchiesta su questo. Ma vede, l’Italia, a differenza di Paesi come Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Spagna, Olanda, Irlanda, negli anni passati non ha usato soldi pubblici per salvare le banche e i loro clienti-risparmiatori, se non in misura minima. Adesso che le regole europee sono cambiate non si può più fare se non a condizioni molto stringenti».

Ma il governo si è impegnato a mettere 20 miliardi nelle banche, sono soldi pubblici.
«Appena una frazione di quelli messi da altri Paesi».

Si poteva fare prima…
«A posteriori si possono fare tante cose…».

Insomma l’Italia ce la fa o no?
«Io sono ottimista per natura. Nonostante tutto, confido di sì».

Daniele Manca, Corriere della Sera, 19 gennaio 2017

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