Fino a prova contraria

Quel rimedio sbagliato per estirpare la corruzione

L’atteggiamento del governo, che pare voglia estendere il cosiddetto codice antimafia anche al reato di corruzione, e sia disposto a giocarvisi l’ennesimo voto di fiducia, ci ricorda quello del malcapitato che, finito nelle sabbie mobili, si divincola annaspando tra convulsioni disperate, agevolando così lo sprofondamento e colpendo anche il soccorritore che cerchi di estrarlo dalla melma. Il provvedimento in questione prevede – a quanto si capisce – il sequestro dei beni nei confronti dei sospetti corrotti indipendentemente da una loro definitiva condanna penale. Se così fosse, si tratterebbe dell’ennesima improvvisazione che, sorto la parvenza di una decretazione solenne, nasconde l’incapacità del legislatore di affrontare strategicamente il problema della corruzione, affidandosi a espedienti di assai incerta efficacia.

Uno sbracciarsi tumultuoso per affondare, appunto, ancora più in fretta.

Da quando, nel 2012, si è inteso voltar pagina rispetto al cosiddetto lassismo del centrodestra, i provvedimenti anticorruzione si sono infatti succeduti con periodica e minuziosa bigotteria ammonitoria: nel senso che ad ogni legge si attribuiva un intento insieme etico e risolutivo nella lotta contro questo inestirpabile maleficio. Abbiamo così avuto un primo aumento di pene; poi la creazione di nuovi reati, come la concussione per induzione e il traffico di influenze illecite: due fattispecie proteiformi che già si pensa di modificare.

E via con altri giri di vite, che hanno ulteriormente complicato il nostro già pericolante edificio penale. Poi ci si è affidati a Cantone, e per un attimo lo si è indicato come universale raddrizzatore di torti e garante di equità- Salvo poi quasi esautorarlo di punto in bianco, con un revirement sgradevole e funesto. Quindi si è ritornati alla linea dura, fino alla recente decisione, infelicissima, e probabilmente incostituzionale, di allungare i termini di prescrizione in genere e quelli per la corruzione in specie. Nel frattempo la corruzione è aumentata, in quantità e gravità, a dimostrazione del fatto che l’aumento delle pene e, più grossolanamente, l’esibizione di muscoli atrofici, vengono considerate dai potenziali corrotti come infantili esibizioni di una velleitaria fantasia.

Noi non sappiamo se questa bella pensata di sequestrare preventivamente i beni di cittadini non condannati sia conforme ai principi minimi di civiltà giuridica; abituati a tutto, possiamo serenamente aspettarci il peggio. Non sappiamo nemmeno se essa sia realmente motivata dalle ragioni ufficiali, o non piuttosto, come pensano alcuni, da una sorta di lotta interna al Pd per stanare eventuali aspiranti a un accordo con il cavaliere. Se così fosse, la strumentalizzazione della giustizia diventerebbe una sorta di vituperevole strumentalizzazione. Sappiamo però che non servirà assolutamente a nulla, come non sono serviti questi anni di legislazione ondivaga e scombinata, che ha aumentato la confusione e ridotto le garanzie, senza intimidire i corrotti.

I quali, come ripetiamo da tempo, prima ancora che essere puniti vanno disarmati. Devono cioè essere privati degli strumenti che conferiscono agli amministratori infedeli una discrezionalità che sconfina nell’arbitrio: strumenti rappresentati dalle nostre leggi, troppo numero, ingarbugliate e contraddittorie. Come dire che bisogna prosciugare il pantano dove il malcapitato è finito, mentre gli si mandano come salvagenti nuove norme assurde, che in realtà sono zavorre, e che lo faranno sprofondare.

 

Carlo Nordio, Il Messaggero, 23 giugno 2017

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