Cosa pensa il Renzi garantista di “Avanti” del poco garantista Pd?

Roma. Basta khomeinismo giudiziario. Nessun automatismo tra avviso di garanzia e dimissioni. Stop a gogna mediatica e strapotere correntizio all’interno del Csm. Ci sono interessanti spunti garantisti in “Avanti”, il libro- manifesto di Matteo Renzi, appena uscito. Il Renzi-pensiero su quel che non va nel sistema giudiziario italiano, che pretende di essere la culla del diritto sebbene rischi di diventarne la bara, prova ad essere un avvertito vademecum su come la giustizia dovrebbe funzionare e non funziona; su come i rapporti tra giudici e politici dovrebbero effettivamente declinarsi in una democrazia liberale, fondata sulla cultura del diritto e non del sospetto; su come le carriere di magistrati e giornalisti dovrebbero viaggiare su binari paralleli anziché cedere alla promiscuità incestuosa che seppellisce la privacy in nome della libertà di sputtanamento mascherata per dovere di cronaca.

Una inversione a U radicalmente innovativa, un big bang che non ha a che fare con l’età o altri vezzi formalistici ma punta alla sostanza di una questione cruciale per la qualità dello stato di diritto e per la competitività del paese. Peccato che l’autore di tale recherche giudiziaria sia pure segretario del partito che in Parlamento s’impegna alacremente per approvare la “polpetta avvelenata”, copyright Cantone, di un codice antimafia che azzera le garanzie, minaccia l’economia e umilia il processo. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il comandare. Ci piacerebbe conoscere il Renzi-pensiero sull’ansia riformatrice del Guardasigilli Orlando in questo scampolo finale di legislatura.

Ci piacerebbe conoscere il Renzi-pensiero sulla contestatissima ipotesi di estendere le misure di prevenzione, già di per sé imputazione del sospetto, agli indiziati di peculato e corruzione. Ci piacerebbe domandare all’autore di queste pagine come giudichi la scelta del legislatore di introdurre il “fine processo mai” attraverso l’allungamento ad aeternum dei termini di prescrizione che fa ricadere le inefficienze della magistratura sulle spalle dei cittadini. Della serie: se lo stato non riesce a processarti in tempi certi e ragionevoli, la soluzione non è accorciare i processi ma allungarli oltremisura. Sebbene, a parità di norme e risorse, tra gli uffici giudiziari si rilevino vistosi gap di produttività. Meglio introdurre per legge una spada di Damocle in grado di paralizzarti l’esistenza per i prossimi vent’anni. Care vittime: portate pazienza. È su queste contraddizioni che si gioca il futuro del paese e la credibilità di una proposta di governo che vada oltre gli slogan. Renzi decide di spezzare le “catene della sinistra” in un campo minato che più di ogni altro ha contrassegnato, e inquinato, la storia politica nazionale degli ultimi venticinque anni. “Io ho sempre detto che volevo vedere Berlusconi fuori dalla politica non per le sue vicende giudiziarie, ma perché sconfitto alle elezioni. Mi piace l’idea di mandare a casa gli avversari, non di mandarli in carcere”. Tutto giusto, ineccepibile, sacrosanto. E i fatti? Le vittime fanno capolino anche a sinistra.

Renzi difende Graziano, numero uno del Pd campano infilzato nel ruolo di pseudomafioso, anche grazie alle misurate filippiche di Saviano, prima di essere scagionato da ogni accusa. C’è il caso di Soru, Mr. Tiscali, indagato nei titoloni in prima pagina e assolto in un trafiletto a pagina dieci. Renzi esorta a guardare “avanti”, la strada da percorrere è ancora lunga, e non è detto che la bicicletta sia il mezzo più indicato. Vivere con lentezza ma riformare swiftly. Abbiamo speso i mille giorni in un governo che in materia giudiziaria non ha fatto sognare. L’insofferenza che in diverse occasioni Renzi premier faceva trapelare nei confronti di Orlando accusato di eccessivo tatticismo, è al più un’attenuante.

Il ministro della Giustizia ha ottenuto l’approvazione della sua riforma del processo penale allungando la prescrizione nel paese dove quasi il 60 per cento delle prescrizioni matura nella fase delle indagini preliminari (quando il dominus è il pm). Il governo Renzi non si è sottratto alla consuetudine patriottica degli esecutivi che invocano il disboscamento normativo nello stesso istante in cui seguitano a sfornare nuove leggi (e reati). Sulla responsabilità civile il commento più genuino e sferzante appartiene all’allora numero uno dell’Anm, Davigo: “L’unica conseguenza è che ora pago 30 euro l’anno in più per la mia polizza”.

Quanto alla custodia cautelare, la percentuale di detenuti in attesa di giudizio è rimasta pressoché invariata mentre negli ultimi sei mesi la popolazione carceraria è tornata a crescere. Nel civile gli operatori economici beneficiano dell’abbattimento dei tempi reso possibile dall’istituzione delle sezioni specializzate, il cosiddetto Tribunale delle imprese, creatura dell’allora Guardasigilli Paola Severino. E’ importante farsi dono della verità per scongiurare il mostro della post giustizia. Che come la post verità è una balla anestetizzante. Sullo sfondo del manifesto renziano campeggia l’anomalia inquietante del caso Consip con alcuni carabinieri e un magistrato indagati, a vario titolo, per depistaggio, falsificazione di atti giudiziari e rivelazione del segreto d’ufficio, in una inchiesta che sembra architettata ad arte al fine di colpire il premier in carica per interposta persona.

Renzi non si atteggia a vittima: “noi vogliamo consentire il corso dei processi, non accampiamo scuse per ostacolare le indagini”. Perciò, quando a pochi giorni dal referendum sulle trivelle la procura di Potenza chiede di interrogare il sottosegretario De Vincenti nello stesso momento in cui deve svolgersi il Consiglio dei ministri, De Vincenti viene invitato ad assentarsi da Palazzo Chigi per collaborare con i magistrati. Tempa rossa sappiamo com’è andata a finire.
Il ministro Guidi, mai indagata, fu accompagnata alla porta.
Imparare dall’esperienza, lo suggeriva pure la nonna.


Annalisa Chirico, presidente di Fino a prova contraria, Il Foglio, 14 luglio 2017

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