Bufala magistrati produttivi

Regole rigide e giustizia lenta la (vera) zavorra delle banche

Se si vuol fare qualcosa di veramente efficace, bisogna creare un sistema giudiziario parallelo a quello della giustizia civile, specializzato nella tutela della proprietà e dei crediti, oppure adottare rimedi straordinari per rafforzare i ranghi della magistratura.

In Italia l’incidenza dei crediti deteriorati è quattro volte superiore alla media europea, mentre gli altri fattori di rischio del sistema bancario sono decisamente inferiori, secondo una recente indagine dell’Ufficio studi di Mediobanca, peraltro limitata alle grandi banche. Si può dunque dire che le attuali difficoltà dipendano soltanto da qualche banchiere poco avveduto, avventuroso, o preso da manie di grandezza? Oppure soltanto dalla difficile situazione economica? Non si deve piuttosto riconoscere che il fattore di rischio costituito dai crediti scaduti, ristrutturati, incagliati o in sofferenza, nonostante le differenze dei criteri di valutazione, è così alto perché il suo controllo non dipende soltanto da chi gestisce il credito, ma anche da un sistema giuridico obsoleto?

Le banche non riescono a far valere i titoli di credito e di proprietà, non riescono a recuperare in maniera coattiva i crediti in caso di inadempienza dei debitori, non possono ricorrere alla via giudiziaria, che richiede tempi troppo lunghi, e debbono raggiungere accordi privati con i debitori (con recuperi lenti e di ammontare inferiore) perché le norme a protezione dei diritti dei creditori o non ci sono, o, se esistenti, sono inefficaci, a causa delle lentezze giudiziarie.

Un accurato studio della Banca centrale europea, già riassunto da Federico Fubini in due eccellenti articoli su questa pagine, mostra che il sistema di protezione dei diritti dei creditori e di esecuzione giudiziaria ha un forte impatto sul credito: leggi chiare, certezza del diritto, costi bassi di accesso alla giustizia, tempi brevi delle corti, numero limitato di procedure, rendono più facile il recupero dei crediti e, quindi, hanno una incidenza del 40% sulla probabilità di ottenere credito dalle banche. L’Italia è nella posizione peggiore tra gli undici Paesi considerati dallo studio.

Il governo ha affrontato in due modi la situazione. Nel maggio scorso, con un decreto legge, ha dettato regole più stringenti per chi non ha pagato le rate di prestiti e semplificato le procedure legate ai fallimenti e alle procedure esecutive. Molte di queste norme sono, però, applicabili solo alle procedure iniziate successivamente all’entrata in vigore della legge di conversione del decreto legge, cioè solo per il futuro. Contemporaneamente, il governo sta esercitando tutta la possibile «moral suasion» (il ministro competente preferisce dire che lascia fare al mercato) su Cassa depositi e prestiti, banche, enti previdenziali, compagnie di assicurazione (quelli che Nitti chiamava «potenti ausiliari del tesoro»: ad essi fece ricorso anche Beneduce, il padre dell’Iri) per consentire ad Atlante di comprare a un prezzo più alto i crediti deteriorati dalle banche o per acquisire partecipazioni in queste ultime.

Interventi utili, ma che servono a tappare i buchi. Il governo non dovrebbe dimenticare la recente dichiarazione di Lars Feld, membro del consiglio degli esperti economici tedesco: «Renzi è stimato. Ma c’è una assenza di fiducia verso ciò che possono fare il governo e l’amministrazione in Italia» (Corriere della Sera, 11 luglio 2016). Una dichiarazione di sfiducia, in sostanza per lo Stato.

La ricerca della Banca centrale europea e quella dell’Ufficio studi di Mediobanca mostrano che una buona parte delle ragioni della crisi delle banche italiane risale a un sistema giuridico che non riesce a rendere le norme efficaci. Le regole sono rigide, la pratica è molle, come ai tempi dell’«Ancien Régime» francese, secondo la nota valutazione di Tocqueville. I diritti sono proclamati, ma non sono garantiti. Gli articoli di legge rimangono sulla carta.

Se si vuol fare qualcosa di veramente efficace, bisogna creare un sistema giudiziario parallelo a quello della giustizia civile, specializzato nella tutela della proprietà e dei crediti, oppure adottare rimedi straordinari per rafforzare i ranghi della magistratura. Quest’ultima, a causa della politica malthusiana del Consiglio superiore della magistratura, si è sviluppata molto meno degli altri corpi statali nel secondo dopoguerra, ed oggi abbiamo un basso numero di magistrati per abitante, rispetto agli altri Paesi europei. Il modo per farlo è semplice. Creare un canale di accesso ai ranghi giudiziari per gli avvocati con almeno un decennio di esperienza. Tutti i magistrati inglesi vengono reclutati in questo modo, sotto la responsabilità di rigorosissime commissioni indipendenti. Abbiamo troppi avvocati e troppo pochi giudici. Aprire una strada di questo tipo aiuterebbe a risolvere due problemi.

Sabino Cassese, Corriere della Sera, 31 luglio 2016

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