Promossi e contenti malgrado gli errori

Accusare e condannare un innocente non ha ricadute sulla carriera dei magistrati. Ma il successo di una trasmissione TV dimostra che gli italiani vogliono sapere. 

I riflettori restano puntati sulle vittime, primeggiano nomi e volti delle persone cui è stato strappato ingiustamente il diritto alla libertà. Mancano invece i nomi di pm e giudici che spesso per mera negligenza hanno travisato le prove, frainteso i fatti, confuso le identità sbattendo in carcere chi non avrebbe dovuto trascorrervi neppure un minuto. Si dice che in tv la giustizia non funziona, e poi la prima puntata di ‘Sono innocente’, in onda su Raitre, raccoglie davanti allo schermo un milione e mezzo di spettatori, con uno share del 5,6 percento. Un risultato lusinghiero per il programma che, con il supporto del portale web ‘Errori giudiziari’, narra le storie di perfetti sconosciuti rimasti infilzati nelle maglie della malagiustizia. La serie in dieci puntate, condotta dal giornalista Alberto Matano, mescola docufiction e intervista in studio, il risultato è un ritratto impietoso della giustizia ingiusta. La parabola è nota: imputazione, carcere, assoluzione, un circolo infernale che ti violenta dentro e ti cambia per sempre. C’è chi si ammala, chi medita il suicidio, chi vive un calvario lungo trent’anni e chi appena nove giorni. Tutti, una volta assolti e liberati, non sono più gli stessi. Ma ‘questa’ giustizia è innocente? ‘Noi non vogliamo fare un processo al processo – spiega a Panorama il conduttore Matano– Senza puntare l’indice contro qualcuno, raccontiamo storie reali che suscitano inevitabilmente una riflessione. Serve un supplemento di responsabilità, anche da parte di noi giornalisti’.

‘Ho 65 anni e sto rimettendo insieme i pezzi, piano piano’, la quotidianità di Diego Olivieri s’interrompe il 22 ottobre 2007, alle tre e mezza di notte, quando la moglie accoglie sull’uscio il maresciallo dei carabinieri, l’amico delle serate a teatro. Diego è un mediatore di pellame, possiede una bella casa, una bella barca, una bella macchina, la sua è la classica famiglia dell’alta borghesia vicentina. Nel giro di poche ore si ritrova ‘in una cella grande come il mio bagno’. Sconta un anno di carcere preventivo nella sezione di massima sicurezza. Gli inquirenti lo accusano di associazione per delinquere di stampo mafioso, narcotraffico, insider trading e riciclaggio di 600 milioni di dollari. ‘All’interrogatorio di garanzia il pm ha ritratto la mano dopo aver salutato gli avvocati. Mi ha puntato il dito ingiungendomi di stare seduto. La intercettiamo da tre anni, sappiamo tutto di lei. Ai loro occhi ero il colletto bianco colluso con i mafiosi. Io non sapevo che dire, stavo in silenzio: quando sei innocente l’incubo ti ammutolisce’. Gli investigatori giungono al nome di Olivieri mediante le dichiarazioni di un pentito secondo il quale il boss Nicola Nick Rizzuto e suo figlio Vito, pur reclusi nelle prigioni canadesi, continuerebbero a gestire il narcotraffico grazie alla collaborazione di un affiliato di Montreal, Felice Italiano, che spedirebbe in Italia pellame infarcito di droga. Al di qua dell’oceano Olivieri sarebbe il burattinaio italiano, ‘compagno di braccio’ di criminali del calibro di Brusca e Greco. Cinque anni dopo, Olivieri è scagionato da ogni accusa. Assolto in primo grado, la procura non ricorre in appello. Il suo principale accusatore è un pm della Direzione distrettuale antimafia di Roma, già consulente della commissione parlamentare antimafia, noto alle cronache per essere finito a sua volta processato, e assolto, per le presunte anomalie nell’interrogatorio di un teste. Il caso Olivieri è uno degli ultimi sulla sua scrivania prima che il pm antimafia vada in pensione. Subito dopo collabora a un programma tv che si occupa di questioni giudiziarie. Così chi si è fidato delle parole in libertà di un pentito, senza adeguati riscontri, sulla base di prove inesistenti e intercettazioni travisate, non ha subito alcun danno e, anzi, è stato premiato in popolarità.

Vieppiù drammatico è il racconto di Giovanni De Luise, classe 1981, per lui otto anni e otto mesi di cella da innocente. Condannato nel 2004, nel pieno della faida di Secondigliano, per l’omicidio di Massimo Marino, De Luise viene ‘salvato’ da un pentito, Gennaro Puzella, che a distanza di troppi anni confessa: ‘Sono io il killer di Marino ma al mio posto è stato condannato un innocente che sta in cella a scontare una condanna per un delitto che non ha commesso’. De Luise torna libero. ‘Avevo ventidue anni quando mi hanno arrestato. Ero incensurato, facevo lo spedizioniere a Scampia, mai un fermo, mai una contravvenzione’. Ad accusarlo, in principio, è la sorella della vittima, Cinzia Marino, i due s’incontrano all’obitorio per piangere i propri congiunti: Cinzia ha perso il fratello Massimo, solo qualche ora prima Giovanni ha perso il fratello Antonio in un agguato mafioso. Per la donna Giovanni avrebbe ucciso per vendicare il familiare. ‘Quando ho visto le foto di Puzella ho capito tutto: era molto simile a me, una somiglianza che poteva trarre in inganno. Non provo rancore, non ce l’ho con la sorella del morto ma con un sistema in cui la nostra voce non è mai stata ascoltata. Non c’è parità tra accusa e difesa. Mi chiedo: se c’è la mia parola, poi c’è quella della teste, perché non si sono cercati altri riscontri?

Tanto vale non farli i processi, lo dico pensando alle istanze presentate in questi anni e alla fine che hanno fatto i testimoni intervenuti in mio favore’. Coloro che si presentano in aula per fornire un alibi a De Luise, ricostruendo luoghi e orari, sostenendo pubblicamente ‘Giovanni era con noi’, vengono processati per falsa testimonianza, il datore di lavoro dell’imputato è arrestato perché ritenuto omertoso e colluso. A sostenere l’accusa nei confronti di De Luise è lo stesso pm che indaga sulla faida di Scampia nel 2004. Il pm rilascia interviste sugli scontri cruenti di quei giorni, Saviano s’ispira alle sue prodezze e quando Matteo Renzi invita il magistrato alla Leopolda lui sale sul treno diretto a Firenze. A un certo punto si vocifera che sarà l’anti de Magistris, pronto al salto nell’agone politico come candidato sindaco di Napoli, ma non se ne fa nulla. Oggi è tornato in procura a Napoli come sostituto procuratore.

PS: Abbiamo omesso i nomi perché le toghe hanno la querela facile. Dal momento che a giudicare sono i loro colleghi, è meglio soprassedere. Accontentatevi dei fatti, parlano da sé. 

Condividi: