Prescrizione infinita, riforma monca

Se a distanza di 20 anni dal fatto una donna di Torino non ha avuto giustizia perché i tribunali non sono stati in grado di condannare in via definitiva l’autore di ripetute violenze sessuali, la colpa non è della prescrizione.

La colpa è della giustizia che non funziona. Secondo un antico refrain, nel Paese con i processi più lunghi d’Europa la soluzione sarebbe, guarda caso, l’allungamento dei termini per la prescrizione. Il processo in aeternum, è il sogno nascosto dei Torquemada d’Italia. Giustizia rinviata è giustizia negata. Il motivo è presto detto: una sentenza a 20 anni dal fatto non rende giustizia alla vittima che attende per un lasso di tempo spropositatamente lungo l’esito di un accertamento processuale che dovrebbe svolgersi, dice la Costituzione, in «tempi ragionevoli». L’autore della condotta delittuosa resta a piede libero, capace di delinquere ancora, l’imputato innocente è inseguito dalle cure di un processo che è una pena in sé, con le difficoltà connesse all’esercizio del diritto di difesa a distanza di numerosi anni, quando la prova tende a scomparire o a esaurirsi, i ricordi si offuscano. Per l’imputato innocente l’assoluzione sarà un modesto conforto.

Di questo non si discute, per i Torquemada dei giorni nostri la prescrizione è il peggiore dei mali, autentico intralcio alla giustizia, è intollerabile che a causa del decorso del tempo i criminali possano farla franca. La verità però sta da un’altra parte. Circa il 60 per cento delle prescrizioni avviene nella fase delle indagini preliminari: di fronte alla mole di fascicoli che si affastellano negli uffici giudiziari i magistrati decidono, discrezionalmente, quali casi affrontare e quali destinare a morte certa.

Non c’è malafede, per carità, è conseguenza inevitabile del sovraccarico di lavoro, eppure sarebbe ora di riflettere se non sia un controsenso nel Paese dove, in teoria, l’azione penale è obbligatoria e tutti i reati andrebbero perseguiti su un piano di parità. Le condizioni pratiche, la limitatezza delle risorse, non lo consentono, e forse le priorità di politica criminale andrebbero uniformate sul territorio nazionale attraverso una decisione del legislatore (non dei singoli procuratori, per intenderci). Così, anziché sveltire i processi, partendo dalle vistose disparità geografiche in termini di produttività che fanno dell’Italia il Paese della giustizia a macchia di leopardo, si spaccia l’allungamento dei tempi per un formidabile rimedio. Mai soluzione fu più ingannevole, altro che post-verità, un’autentica balla, il cui risultato sarà la graduale creazione di un sistema d’indagine permanente e inesauribile su tutti i cittadini.

 

Annalisa Chirico, Presidente Fino a prova contraria, Il Giornale, 17 marzo 2017

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