L’ora del nuovo garantismo

Fino a qualche anno fa sarebbe stato, in una parola, impensabile.

Che a confrontarsi sul rapporto tra giustizia e politica in casa Pd, nei giorni dell’ennesimo cortocircuito mediatico-giudiziario, siano due eretici come Giuliano Ferrara e Luciano Violante, richiama alla mente il ‘Cambia todo cambia’ di Mercedes Sosa.

Tutto cambia, e forse la rottamazione culturale più rivoluzionaria impressa dalla leadership di Matteo Renzi riguarda segnatamente la relazione incestuosa tra sinistra politica e giudiziaria. Per lungo tempo una parte dell’establishment progressista ha pensato di brandire la giustizia come arma contundente contro l’avversario, come prerogativa per sentirsi dalla parte giusta della storia, come patente di un fantomatico primato morale. Così all’anomalia tutta italiana di un premier ultraprocessato si è aggiunta quella di un fronte liberal incapace di emanciparsi da un certo giustizialismo chiodato e di strappare alla destra una battaglia squisitamente di sinistra, quella per una giustizia giusta ed efficiente. Amica dei cittadini, di chi vuole inventare e intraprendere nel rispetto della legge.

‘Fino a prova contraria’ è la risposta all’immobilismo della classe dirigente. Oggi cambiare si può, non è un caso che tra noi vi siano numerosi magistrati: la stragrande maggioranza delle 9mila toghe italiane sono ben consapevoli dei guasti attuali e del danno reputazionale arrecato da pochi, screditati, colleghi. Se la politica non avesse ceduto al mito della subalternità, non avremmo sprecato vent’anni, forse Tangentopoli non avrebbe spianato la strada alla ‘società giudiziaria’, forse non leggeremmo il mea culpa tardivo di Antonio Di Pietro (‘Ho fatto politica sulla paura delle manette’), forse l’affermazione secondo la quale non esistono innocenti ma colpevoli non ancora stanati sarebbe stata ridicolizzata come un delirio isolato e non la dichiarazione del numero uno dell’Anm.

Forse non avremmo assistito alla parabola di magistrati che fondano partiti, si candidano disinvoltamente alla premiership e pretendono di correre alle primarie tenendo nell’armadio la toga linda e stirata, pronta all’uso. Forse l’Europa non chiederebbe all’Italia di regolare le ‘porte girevoli’ tra aule giudiziarie e palazzi della politica, né solleciterebbe il paese dei Verri e dei Beccaria ad approvare leggi per ‘rafforzare la presunzione d’innocenza’, forse non si sarebbe affermato come genere ad hoc quel ‘giornalismo da trascrizione’, il copyright è del Garante della privacy, che consiste nella pedissequa riproduzione di atti investigativi. Forse vivremmo in un paese più civile, più democratico, più libero. Invece ci confrontiamo con un singolare paradosso: i processi durano troppo a lungo, talvolta si estinguono per prescrizione, allora è meglio anticiparli sui giornali, nei talk show, nelle sedi politiche.

Il Triangolo della Repubblica giudiziaria funziona su tre punte: qualcuno indaga, il solito giornale si guadagna lo scoop, la solita falange pentastellata monta la campagna partisan a suon di hashtag e mozioni parlamentari.

Tempa rossa: archiviati, con un ministro dimissionato dallo scempio mediatico. Consip: verminaio di infedeltà e manipolazioni con uomini dello stato indagati per falso, violazione del segreto, depistaggio. Un mosaico inquietante, un’autentica caccia all’uomo. Possiamo voltarci dall’altra parte anche questa volta, ricorrere ad auliche espressioni come ‘la giustizia faccia il suo corso, l’operato dei magistrati non si commenta’. Raccontiamoci pure che va tutto bene, madama la marchesa. Purché sappiate che nessuno è immune, non esistono intoccabili.

C’è un grido d’allarme che oggi, a differenza di ieri, si solleva all’interno dello stesso mondo togato.

Fino a prova contraria, noi siamo schierati e non arretriamo.

 

Annalisa Chirico, Presidente di Fino a prova contraria, 28 settembre 2017 

 

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