«Mio figlio si è suicidato in carcere: voglio giustizia»

Parla Ester Moratti, madre di Valerio, che si è tolto la vita in carcere, a Regina Coeli.

Valerio soffriva di disturbi della personalità. Era stato scarcerato ma era bloccato in carcere, in attesa che venisse individuata una struttura che potesse accoglierlo

«Nessuno può riportarmi mio figlio ma voglio giustizia», a parlare è Ester Moratti. Suo figlio Valerio, ventiduenne, si è tolto la vita in carcere, a Regina Coeli, il 24 febbraio scorso. Ha annodato un lenzuolo bianco alle inferriate della finestra della sua cella e si è tolto la vita. Valerio, che si trovava in carcere con l’accusa di violenza e resistenza a pubblico ufficiale, soffriva di disturbi della personalità. «Era un borderline – ci racconta sua madre Ester, assistita nella sua battaglia legale da uno degli avvocati dell’associazione Antigone – ma invece di seguirlo come avrebbero dovuto, le strutture specializzate in cui veniva trasferito non facevano altro che imbottirlo di medicinali. Lui li rifiutava e ogni volta scappava per tornare da me». A casa cercava solo qualche ora di serenità, «un piatto di pasta buono e il calore della sua famiglia. Per farlo stare bene gli sarebbe bastato un farmaco modulatore dell’umore, in grado di contenere anche le crisi epilettiche di cui soffriva da diversi anni. Invece lo rinchiudevano in stanza e lo trattavano come una bestia».

Dalla Rems di Ceccano, (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza, strutture che hanno preso il posto degli Ospedali psichiatrici giudiziari), Valerio è scappato tre volte. «La situazione è precipitata quando il 28 settembre 2015 me l’hanno portato via per trasferirlo in una casa riabilitativa che era una sorta di lager. Lo legavano al letto, gli facevano fare la pipì addosso, lo filmavano quando aveva le crisi».

Il dolore e la rabbia sono una cosa unica nelle parole di Ester. «Non attaccava qualcuno senza motivo, se lo faceva era perché veniva istigato. Una volta sono andata da lui e l’ho trovato con un livido a forma di anfibio sul volto. Lo mettevano insieme ai pedofili o a donne che avevano compiuto matricidi, persone che gli raccontavano tutti i giorni cose orribili e che lui, con la sua patologia, odiava. Gli facevano schifo».

Proprio per le sue condizioni psicologiche, Valerio non era adatto al regime carcerario, come documentato da diverse certificazioni. «Nell’ultima perizia svolta dal tribunale si dichiara che Valerio era un soggetto ad alto rischio suicidio. Al giudice, in aula, aveva chiesto per almeno tre volte di essere perdonato e rimandato a casa. “Non ce la faccio più, vi prego mandatemi a casa, qui mi ammazzo”».

L’ultima volta che Ester ha parlato con suo figlio è stato via email. «Il 23 febbraio mi ha scritto che mi aspettava per tornare a casa, mi aveva mandato le liste delle cose che gli servivano per uscire. Era tutto pronto».

Il giorno successivo Valerio si è tolto la vita, come aveva anticipato, tra le righe, in diverse lettere che aveva fatto arrivare alla sua famiglia. «Io qui sto impazzendo, non ce la faccio più – aveva scritto a suo fratello -. Sono stanco di fare qualunque cosa, di mangiare, di scappare. Voglio andarmene per sempre, ora ti lascio con la penna ma non con il cuore».

«Valerio era un ragazzo intelligente, doveva essere stimolato, come viene fatto a San Patrignano, per esempio». Invece è stato lasciato solo. Adesso Ester, insieme all’associazione Antigone, che si occupa di tutelare i diritti dei carcerati, vuole che sia fatta giustizia, chiede che sia fatta chiarezza sulla morte di Valerio. Per suo figlio e per tutti i ragazzi che si trovano nella sua situazione.

«Nessuno può riportarmelo a casa, allora chiedo giustizia. Voglio che la sua morte non sia vana, spero di aiutare qualche altro ragazzo».

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