Milano, in carcere come narcos per 17 mesi. Ma il latitante intercettato non era lui.

Errore di persona. Serbo 48enne assolto e risarcito a Milano con 130 mila euro. Figlio del procuratore di Sarajevo: stesso nome ed età del trafficante, che però è croato

In carcere 17 mesi, e poi condannato in primo grado a 6 anni e 6 mesi, come trafficante di droga. Per un errore nell’identificazione di un intercettato, però: stessi nome e cognome e data di nascita, quelli sì, ma da subito si sarebbe potuto vedere che il passaporto dell’ignaro arrestato era serbo, quello del latitante (vero) narcos risultava invece croato, e faceva riferimento a un differente numero identificativo allorché era stato usato per attivare i telefoni cellulari le cui intercettazioni avevano poi costituito l’unica prova a carico. Per questo un serbo di 48 anni – incidentalmente figlio dell’ex procuratore della Repubblica di Sarajevo e sposato con la figlia di un ex primo ministro -, che il 25 novembre 2012 alla frontiera con la Slovenia aveva «scoperto» di essere latitante per la giustizia italiana, ed era stato perciò prima catturato in esecuzione di un mandato di arresto europeo e poi estradato in Italia, ora si è visto riconoscere dalla Corte d’appello di Milano 130.000 euro, indennizzo stimato equo dai giudici Ichino-Brat-Curami (anziché i 300.000 chiesti dalla difesa) per l’«ingiusta detenzione» di oltre 1 anno e 5 mesi tra dicembre 2012 e aprile 2013.

Nell’estate 2012 il gip di Bari, in un’indagine della GdF, emette una serie di misure cautelari chieste dai pm di Bari per grossi trafficanti internazionali di hashish, ma nel contempo si ritiene territorialmente incompetente e trasmette il fascicolo a Milano, dove tocca dunque a un altro gip dover rinnovare di corsa gli arresti: i cui motivi, nel caso di tal Ivan Bozovic (rimasto latitante), poggiavano «esclusivamente su intercettazioni» di una persona identificata «attraverso il monitoraggio di due cellulari», attivati da una persona che aveva presentato un passaporto intestato a un Ivan Bozovic nato in Croazia il 28 dicembre 1970. Quando il Bozovic in carne e ossa (che invece è serbo e ha un passaporto diverso non solo per nazione ma anche per numero identificativo) viene arrestato in Slovenia ed estradato a Gorizia, qui la corposa ordinanza d’arresto non gli viene tradotta nella sua lingua, e nell’interrogatorio di garanzia gli viene in qualche modo riassunta da un interprete non serbo ma croato. Nel corso della custodia cautelare prova a spiegare di essere venuto in Italia come commerciante, di non conoscere alcuno dei coindagati, di non essere mai stato latitante per la semplice ragione che nessuno l’aveva mai cercato nel suo domicilio serbo. Chiede la scarcerazione tre volte, gli viene negata due volte dal Tribunale del riesame e una volta dal giudice che in rito abbreviato lo condanna a 6 anni e 6 mesi.

Lo salva solo la III Corte d’appello milanese (presidente Gamacchio) che, esaminando l’ennesimo ricorso del suo difensore Ivano Chiesa, nel 2014 lo assolve perché prende atto non soltanto che il narcos con il nome e la data di nascita di Bozovic aveva usato un passaporto della Croazia, mentre il passaporto dell’imputato era della Serbia e aveva un altro numero; ma anche che «negli atti processuali erano mancanti quei documenti (una lista passeggeri del volo Belgrado-Malpensa del 21 aprile 2008 e il noleggio di un’auto poi prestata a un complice) pur indicati nell’informativa di polizia giudiziaria» quali «riscontri della sua esatta identificazione».

Luigi Ferrarella, Corriere della sera, 9 marzo 2018

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