fino a prova contraria

Melania Rizzoli: mio marito ha pagato con la vita le inefficienze e la disparità della giustizia

Melania Rizzoli, medico ed ex parlamentare, ha vissuto l’odissea giudiziaria di suo marito Angelo Rizzoli, editore e produttore cinematografico e televisivo, morto nel 2013. Negli anni 80 Rizzoli, travolto dallo scandalo P2, dalle difficoltà dell’azienda e dalle vicende del Banco Ambrosiano, finì in prigione per 13  mesi (407 giorni). Ne uscì prosciolto prima ancora del processo.  Nel 2013, arrestato per bancarotta, subì 4 mesi di detenzione preventiva in carcere, regime assolutamente incompatibile con la sua condizione fisica: era affetto da sclerosi multipla dall’età di 18 anni. Nel corso della sua vita Rizzoli ha subito 6 processi lunghi 26 anni. Melania Rizzoli, che si è occupata molto della condizione dei detenuti nelle nostre carceri, sostiene Fino a prova contraria. Pubblichiamo con piacere le sue parole:

Sono felice di annunciare la mia adesione al movimento Fino a prova contraria finalizzato a promuovere una vera riforma della Giustizia Italiana, ormai talmente urgente da non essere non più rinviabile.
Troppo spesso infatti assistiamo in Italia ai danni causati da una giustizia che non è poi così giusta, ad una giustizia negata se non ad una malagiustizia, molto lontana dalla pura legalità e con la quale ci ritroviamo quasi quotidianamente a fare i conti.
Troppo spesso ci ritroviamo a raccontare di vittime della giustizia che pagano in prima persona gli errori e le colpe di un sistema ingiusto ed iniquo, che ha azzerato il principio della presunzione di innocenza a favore della cultura del sospetto, per la quale siamo tutti colpevoli fino a prova contraria.
Troppo spesso cittadini italiani vengono reclusi in carcere in custodia cautelare, in assenza di prove certe e documentate, in assenza di una condanna, con sequestri cautelari di imprese che conducono sovente  alla morte della stessa impresa e a volte dell’imprenditore stesso, come è successo due anni fa a mio marito Angelo Rizzoli, che ha pagato con la sua vita le inefficienze e la disparità di un sistema giudiziario non equo e non imparziale, che ignora l’incompatibilità con il regime carcerario, che ignora condizioni sanitarie gravi e documentate e che continua, nel silenzio generale, a mietere le sue vittime.
Troppo spesso leggiamo sui quotidiani la pubblicazione di intercettazioni coperte da segreto istruttorio, o peggio ininfluenti dal punto di vista giudiziario, ma utili a denigrare la persona anche non indagata, a supporto dell’attacco giuridico e del processo mediatico, come se fosse una prassi consolidata.
Troppo spesso subiamo i tempi infiniti del nostro sistema giudiziario, sia in ambito civile che penale, ed il cittadino che viene indagato entra in un labirinto terribile ed angoscioso nel quale si smarrisce, dove la via d’ uscita diventa una chimera che logora e distrugge la sua vita e quella di chi gli sta vicino, senza arrivare mai ad avere quella “giustizia giusta” nella quale nonostante tutto ancora ci ostiniamo a sperare.

Aderisco con convinzione a Fino a prova contraria, non certo per risentimenti personali verso la nostra Giustizia, non certo per riscatti inutili e che non arriveranno mai, non certo per stupide logiche di schieramento, ma perché credo che sia arrivato il tempo di cambiare quello che in tanti governi che si sono succeduti non è mai cambiato, di far sentire forte la nostra voce in un momento in cui si parla tanto di riforme, di Italia che riparte e che funziona, ma che non potrà nemmeno ripartire senza l’ausilio e la forza di un sistema giudiziario “giusto” ed uguale per tutti.
Unisco quindi il mio nome e la mia dignità, a quelli di tanti giuristi, imprenditori, professionisti e vittime della giustizia che hanno raccolto con ardore questa iniziativa per una giustizia equa ed efficiente per un Paese più giusto e competitivo.

Melania Rizzoli

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