Genova, Vincenzi: «Colpita alle spalle. Sono solo un bersaglio. Questa non è giustizia neanche per le vittime»

La condanna dell’ex sindaco di Genova costituisce un precedente pericoloso. 
È giusto pretendere dai sindaci di prevedere l’intensità di una pioggia o di un terremoto? Le condanne draconiane non rendono giustizia alle vittime.
Ma, anzi, instillano germi di ingiustizia.

L’ex primo cittadino lasciando l’aula ha alzato 3 dita: «Non è finita qui, spero negli altri gradi di giudizio»

«È stato un brutto colpo. Ma non è finita qui». Marta Vincenzi è uscita dall’aula del Tribunale di Genova con una condanna a cinque anni e due mesi di reclusione per disastro e omicidio colposo e falso. «Non mi hanno creduto. Hanno creduto invece che io sia come mi ha definito il pm un’abile manipolatrice. Perché questo sono oggi i politici per l’opinione pubblica, dei corrotti o dei manipolatori. La mia impressione durante 86 udienze è che non ci sia stata una ricostruzione dei fatti dell’alluvione ma che ci sia stata una visione pregiudiziale. Quasi un processo alla politica. Ma il processo mi è servito a ripercorrere quei giorni che io avevo in parte rimosso. Non ricordavo quasi nulla, ora ricordo tutto e sempre mi sono domandata: cos’ho fatto? cos’ho sbagliato colpevolmente? Nella mia coscienza, e mi sono esaminata a fondo, mi so innocente».

Come si spiega questa condanna?
«Mi sono chiesta: di cosa mi si accusa? Subito non riuscivo neanche a capirlo. Di non aver chiuso le scuole? Ma qual è il nesso fra quello che è successo, le vittime, e la chiusura delle scuole? Nessun protocollo della Protezione civile prevede che in caso di alluvione i dirigenti scolastici — come è accaduto — facciano uscire gli studenti da scuola prima o chiamino le famiglie a casa per passare a prendere i ragazzi. Caso mai prescrive il contrario. Ma questo non è stato considerato. Mi si accusa di non aver chiuso le scuole per il timore di perdere consenso? È grottesco, e non è vero».

Lei è stata condannata anche per falso.
«L’accusa di falso è la più infamante: sono stata tradita dai miei collaboratori, mi sento e sono stata colpita alle spalle. Io ho riferito in consiglio comunale la ricostruzione oraria che mi era stata fornita fidandomi e diventando così un bersaglio. Chi ha ammesso al processo di aver falsificato dei documenti è stato assolto, io sono stata condannata: spero di capire perché dalle motivazioni».

I familiari delle vittime hanno detto che giustizia è stata fatta.
«Penso alle vittime e alle loro famiglie e il dolore è immenso. Ma io credo che con questa sentenza giustizia non sia stata fatta e se è così vale anche per questi familiari, fa male anche a loro, perché li induce a credere cose che non sono state. E qual è l’insegnamento generale che se ne trae? La politica della paura? Chiudere le scuole, chiudere tutto, alzare divieti quando c’è un’allerta e scaricarsi da ogni responsabilità? È questa la cultura della Protezione civile? Io la responsabilità me la sono sempre presa, tutta, ma c’è una differenza fra la responsabilità e la colpa. E io non mi sento colpevole. Lo sono però per gli altri e questo mi ha spezzato dentro. Sul piano personale, per la mia vita, ho cercato di rimettere insieme i cocci ma rimane colpita, azzoppata, la mia dimensione sociale, non perché voglia avere cariche politiche ma perché non mi sento più di intraprendere delle battaglie, di assumere posizioni o riflessioni pubbliche».

Lei è uscita dall’aula alzando tre dita.
«Ci sono tre gradi di giudizio e spero nei prossimi di essere creduta perché io non ho mentito né ai giudici né a me stessa».

Erika Dellacasa, Corriere della Sera, 29 novembre 2016 

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