Processo a Mario Rossetti

Mario Rossetti, processato per mancanza di indizi

A un certo momento, parlando delle operazioni al centro dell’indagine, affermo che sono state oggetto di una riunione del comitato di audit, e la Passaniti (Francesca Passaniti, il pm che conduce l’interrogatorio, ndr) mi chiede di fare lo spelling: ‘Comitato di… mi dice come si scrive?’. Ma come fai a fare un’indagine su una società quotata in Borsa, se non sai nemmeno cos’è un comitato di audit?”. Questo è il ricordo del primo interrogatorio (anche l’unico) sostenuto da Mario Rossetti, ex direttore finanziario di Fastweb, come indagato per associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale nell’ambito delle operazioni “Phuncards” e “Traffico Telefonico”: la fantasmagorica inchiesta monstre messa in piedi dalla procura di Roma, che coinvolse Fastweb e Telecom. Lo sconcerto di trovarsi davanti a una magistratura – a una macchina giudiziaria, sarebbe meglio dire – tanto onnipotente quanto di frequente incompetente, tanto arbitraria tanto stancamente abitudinaria fu un’esperienza disturbante, ma forse al momento nulla di più, per Rossetti. Ma questo era tre anni prima, era il 2007. Una mattina alle cinque, tre anni dopo, nel 2010, avevano suonato a casa sua.

“Guardia di Finanza, apra subito”. C’è sempre un’irruzione alle cinque di mattina, col mandato di cattura. Quasi che invece di una famiglia con due bambini ci sia da ammanettare un killer. “Frugano ovunque, cercano droga, armi, che naturalmente non trovano”. C’è la naturalezza di frasi così, agghiaccianti nel loro candore se provate a calarle, una mattina d’inverno, nella normale vita di una famiglia normale. Del “tragico errore giudiziario” che ha rovinato la sua vita – il 17 ottobre 2013 è stato assolto perché estraneo ai fatti (la procura di Roma nel 2014 ha presentato appello contro l’assoluzione) – Mario Rossetti ha raccontato in un libro, scritto con il giornalista Sergio Luciano e da poco edito per Mondadori: “Io non avevo l’avvocato – Una storia italiana”. Molto tempo dopo quel primo interrogatorio irreale, Rossetti avrebbe anche scoperto che la sua posizione era già stata archiviata, dal gip Maria Luisa Paolicelli, per insussistenza. E che la procura aveva ottenuto la riapertura del fascicolo in base a un rapporto dei Ros in cui il suo nome, però, non compariva nemmeno. Il giorno dell’arresto, il procuratore Antimafia Pietro Grasso aveva definito il caso “una delle più grandi truffe mai scoperte”. In mezzo c’è una vicenda drammatica, ma non “kafkiana”: una normale storia di giustizia italiana. A partire dal “monumentale documento di 1.700 pagine” su cui è basato l’arresto: “Nella parte dedicata alla contestazione dei reati – due pagine e mezza per 56 persone – le ragioni dell’arresto di Mario Rossetti non sono specificate… Su di me, niente, nemmeno una parola”. Carabiniere figlio di carabiniere, 50 anni, al momento dell’arresto non lavora più in Fastweb da tre anni e nemmeno nelle tlc. Non esistono esigenze di custodia cautelare. Eppure farà quattro mesi tra San Vittore e Rebibbia, più altri otto ai domiciliari. Con la scoperta che sarà tutta la sua famiglia a essere reclusa con lui. In mezzo c’è l’angoscia del carcere, “quando non capisci perché sei dentro né per quanto ci resterai, c’è da impazzire. Lo stato di angoscia è esponenziale, in funzione di variabili che non conosci e non controlli”. C’è la scoperta della dolorosa umanità in cella (“le pene non scritte”).

Ma soprattutto c’è la scoperta del meccanismo. E’ il meccanismo, prima ancora della professionalità dei magistrati, a distorcere la realtà, a non funzionare. “L’interrogatorio di garanzia ha senso per un ladro o per un omicida che riescano a spiegare che erano da un’altra parte al momento del reato, ma in un processo indiziario è assolutamente superfluo”. Perché a interrogarlo sarebbe stato lo stesso giudice che aveva autorizzato l’arresto (il gip Aldo Morgigni): che interesse avrebbe avuto a smentire se stesso? Poi la totale inutilità del tribunale del Riesame. E la Cassazione sul Riesame: “Risulta assolutamente assurdo che una persona competente come il Rossetti ignorasse la realizzazione dell’operazione illegale”. “Ho passato giorni a leggere l’ordinanza, senza trovare niente sulla mia presunta complicità con Mokbel. Forse i pm pensavano che avrei confessato. Nel corso del dibattimento hanno cercato di motivare la mia colpevolezza dicendo che ‘non potevo non aver capito’. Che motivazione sarebbe?”. Scoprirà “l’impianto falsamente garantista” del processo immediato cautelare. Tre anni e 147 udienze. “Ma cosa è successo in realtà? Si è trattato di un mero errore giudiziario – si domanda Rossetti alla fine – o di qualcosa di più e di diverso?”. Può ripetersi un caso del genere? “La mia risposta è sì, perché i margini di discrezionalità personale – più correttamente: monocratica e irresponsabile – sono spesso il veicolo attraverso cui vengono compiuti veri e propri arbitri”. Prima Rossetti non si occupava di giustizia. Le sue ultime pagine affrontano il tema della sua necessaria riforma.

Maurizio Crippa, Il Foglio, 9 aprile 2015

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