Marco Pucci

“Non sono un assassino”. La lettera del manager prima di entrare in cella

L’autoassoluzione di Marco Pucci, ex membro del CdA condannato a 7 anni. “La sicurezza non mi competeva”.

Ha scritto la lettera poche ore prima di entrare in carcere: “Non sono un assassino”. L’ha scritta quando ormai la condanna definitiva era stata emessa. Marco Pucci, membro del consiglio di amministrazione della Thyssen dovrà trascorrere sette anni e tre mesi dietro le sbarre. Si è reso responsabile del reato di omicidio colposo plurimo e di violazione delle leggi sulla sicurezza. E’ uno dei dirigenti condannati per il rogo di Torino del dicembre 2007,quando sette operai bruciarono vivi nell’acciaieria della multinazionale tedesca. Nella lettera inviata venerdì sera, mentre preparava la valigia per costituirsi la mattina dopo alla stazione dei carabinieri, Pucci protesta: “Ecco perché non sono colpevole”. “Non ho ucciso nessuno” grida il manager nell’incipit del lungo messaggio scritto sul sito “Fino a prova contraria”, n blog che si definisce portavoce di un ‘movimento garantista per una giustizia giusta’. Il dirigente della Thyssen scrive di non essere colpevole “perco ero nel consiglio di amministrazione con deleghe esclusivamente al commerciale ed al marketing”. E dunque non si sarebbe dovuto occupare di sicurezza. Infatti aggiunge: “e deleghe e responsabilità in materia di produzione e sicurezza sul lavoro erano attribuite all’Amministratore Delegato della società Harald Espenhahn che le aveva sempre concretamente esercitate e non aveva mai avuto evidenza del tanto successivamente strillato degrado dello stabilimento di Torino”. In questo passaggio Pucci tradisce un moto di stizza verso una delle accuse che sono state poi alla base della condanna dei vertici della Thyssen: quella di non aver vigilato sulle misure antinfortunistiche dello stabilimento che sarebbero state poco severe perchè era ormai deciso che gli impianti sarebbero stati trasferiti a Terni.

Dopo aver precisato che eventuali responsabilità sarebbero dell’amministratore Puvvi si affretta a difenderne l’operato: “Finanche i testimoni dell’accusa hanno riconosciuto che Espenhahn era una persona molto attenta e severa e che, in occasione delle sue visite in loco, gli veniva fatto trovare uno stabilimento tirato a lucido”. In ogni caso lo stesso amministratore delegato aveva “trasferito le deleghe sulla sicurezza ai responsabili dello stabilimento di Torino e queste deleghe erano sempre state ritenute valide ed efficaci dalla stessa procura di Torino”, afferma Pucci. Il manager ripesca un precedente: “In occasione di detto precedente processo per l’incendio del 2002, il pool del dr. guariniello, non aveva impugnato l’assoluzione del mio predecessore che all’epoca aveva le miee stesse deleghe”. Insomma se in una precedente occasione chi aveva le stesse responsabilità di Pucci non è stato perseguito, perché, sostiene il dirigente, in questa occasione lui è stato invece condannato? E’ probabile che a fare la differenza siano state le conseguenze dell’incendio.

Ma quel che più susciterà polemiche è probabilmente il passaggio finale della lettera del dirigente della multinazionale tedesca: “Non ho ucciso nessuno – scrive – perché gli stessi parenti delle povere sette vittime del tragico incendio della notte del 6 dicembre 2007, quando mi recai da loro per portabre il mio cordoglio mi dissero: ingegnere lei non c’entra niente”. Una frase detta dalle giornate del dolore da familiari che avevano trascorso un mese tra funerali e ospedali, assistendo al lento pegnersi delle vite di tutti i coinvolti nella tragedia. Parole dette a chi viene a portare il cordoglio dell’azienda a madri, mogli, parenti. Non certo una frase che possa avere valenza processuale o comunque dimostrare da parte delle vittime una volontà di assoluzione. Per questo, la scelta di Marco Pucci di chiudere proprio con quella frase la sua lettera autoassolutoria potrebbe provocare proteste da parte dei familiari delle vittime. La sentenza definitiva della Cassazione potrebbe insomma non aver messo la parola fine alle polemiche. “So che in questi gorni ci sono figli che non vedono tornare a casa i padri che sono in carcere, ma a differenza del mio quei padri un giorno torneranno” a dichiarato ieri a Repubblica Noemi Laurino figlia di una delle vittime. Dolori difficili da conciliare.

Paolo Griseri, la Repubblica, 16 maggio 2016

Condividi: