lettera dal carcere

Dopo 5 anni in carcere voglio dare il mio contributo al cambiamento

Sorrido ogni qualvolta leggo le “dichiarazioni a caldo” dei pochi personaggi noti che transitano dalle patrie galere e all’uscita si esibiscono in commossi elogi alla “rara umanità” che hanno trovato in cella. Puntualmente sono stati messi a proprio agio, consolati dalle lacrime e hanno assaggiato la più buona pastasciutta della loro vita, cucinata dal delinquente di turno. Qualcuno si è precipitato a fare il letto e il caffè con la cremina.

La solidarietà insomma. Quella pseudo-solidarietà di cui il vip di turno parlerà a lungo durante le interviste, e magari ci scriverà anche un libro. Racconterà di boss della malavita che si sono messi “a disposizione” per qualsiasi esigenza e si dilungherà in narrazioni che sono più frutto della fantasia che della realtà. Puntualmente, con voce rotta dalla commozione, dirà che vuole fare qualcosa di utile per i suoi compagni di detenzione che sono stati così carini, gentili e solidali. Vuole impegnarsi nel sociale, perché –“voi non lo potete nemmeno immaginare”- ma “lì dentro ho scoperto dei valori che non conoscevo”.

Si guarderà bene, il nostro, dall’ammettere che quella che gli era apparsa disinteressata solidarietà in realtà era la solita commedia che va in scena ogni qualvolta arriva in cella qualcuno che “puzza di soldi”. Difficilmente dirà che durante il soggiorno in carcere ha fatto la spesa per tutta la cella, sigarette comprese; nemmeno che ha fatto inviare denaro alle mogli e agli avvocati dei suoi nuovi coinquilini per sdebitarsi dell’accoglienza riservatagli.

Racconterà invece con falsa modestia di aver aiutato tutti a scrivere istanze, domandine e lettere, tant’è che lo chiamavano “dottore”. Non gli permettevano di fare pulizie e nemmeno di cucinare; è stato servito e riverito. Film già visto. La realtà è diversa, lo sappiamo tutti: la convivenza in una situazione di disagio genera un meccanismo di difesa che si può, al massimo, definire cameratismo, condivisione del problema.

La solidarietà è tutt’altra cosa. Cercatela altrove.

Questo è il motivo che mi spinge a condividere l’iniziativa di Fino a prova contraria. Perché ritengo che dopo aver trascorso cinque anni con la vita in stand-by, ho il dovere morale e civile di dare il mio piccolo e modesto contributo al cambiamento. Che deve venire da dentro; un “dentro” personale ma anche fisico, quello oltre le mura. Da un paio di mesi ho l’opportunità di lavorare fuori dal carcere, in Art. 21, e mi occupo della redazione esterna di Vocelibera, il magazine incubato in galera. La forza di volontà e la caparbietà ci hanno permesso di far nascere questa start-up in prigione, e non in garage. Non una prigione qualsiasi, ma quella della tristemente nota sentenza Torreggiani, a dimostrazione che si può fare. Basta volerlo.

Buon lavoro a tutti.

Claudio Bottan, detenuto dal 2011 nel carcere di Busto Arsizio per reati societari/finanziari. Attualmente usufruisce dell’ ‘art. 21’, ovvero del lavoro esterno che gli consente di trascorrere alcune ore della giornata fuori dal carcere

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