Le pene alternative aumentano la sicurezza

Le ricerche documentano che la recidiva diminuisce quando parte delle condanne viene espiata in misure che avviino i detenuti allo studio e al lavoro

Caspita che segugi, in tema di giustizia proprio non gliela si fa a 5Stelle e leghisti. I quali — divisi magari su altri temi di governo, ma accomunati dallo spacciare «piú carcere» per «piú sicurezza», e dunque dal volere l’affossamento del decreto legislativo sulle misure alternative al carcere contrabbandate come «svuotacarceri» e millantate come «salvaladri» — ieri trovano apparente man forte non più in quei magistrati (sparuti ma «mediatici») che hanno già consumato la propria credibilità in altrettanto infondati allarmi sui «favori ai mafiosi», ma nell’asserito inganno statistico disvelato dalla prima pagina del Fatto Quotidiano. Che inneggia alla «scoperta» di un «ricercatore e docente di Diritto» (maiuscola evidentemente più autorevole del taciuto curriculum online evocante la collaborazione a un e-campus in una università telematica), in quanto «smonta la tesi del governo» e rivela che «è falso che le pene alternative diminuiscano i casi di recidiva», e cioè riducano il numero degli ex detenuti che riprendono a delinquere.

Come se fosse chissà quale segreto di Fatima sinora occultato dalla congiura dei buonisti d’accatto, ecco che la fonte dei contestati dati viene astutamente scovata nella ricerca (pubblicata da Fabrizio Leonardi nel 2007) «Le misure alternative alla detenzione tra reinserimento sociale e abbattimento della recidiva», di cui asseritamente «si scopre» lo strabismo statistico di aver considerato solo le successive sentenze definitive e sottostimato la minore caratura delinquenziale dei detenuti in misura alternativa, un po’ come — si ironizza — se si fosse tastato un prodotto dietetico a distanza di poco tempo e solo sui magri sportivi confrontati con gli obesi sedentari.

«Molti lo citano, ma pochi l’hanno letto», ammicca la rivelazione. Che tale può però apparire soltanto a chi — oltre a ignorare totalmente 10 anni di confronti sul tema e sulle ben note premesse statistiche della ricerca del 2007 da parte di una legione di ex presidenti della Corte Costituzionale, autentici docenti di diritto penale nelle più prestigiose università, commissioni Csm, magistrati Anm, avvocati Ucpi o direttori delle carceri — mostra invece di non aver evidentemente mai letto neppure i risultati di tre anni di studio 2012-2014 degli economisti Giovanni Mastrobuoni (Università di Essex) e Daniele Terlizzese (dirigente di Banca d’Italia e direttore dell’Istituto Einaudi per l’Economia e la Finanza), con la banca-dati del ministero della Giustizia e la collaborazione della giornalista del Sole24Ore Donatella Stasio.

Questo studio ha documentato come, a parità di pena complessiva da scontare e di una serie di parametri di omogeneizzazione, la recidiva diminuisse di 9 punti percentuali per ogni anno di prigione passato nel penitenziario di Bollate, battistrada nelle attività di studio-lavoro-formazione che preludono all’ammissione dei detenuti a espiare parte delle loro condanne in misure alternative al carcere. Di più: essendo non demagoghi da slogan elettorali ma studiosi, gli stessi economisti si erano già chiesti se magari la riduzione della recidiva potesse dipendere appunto dal tipo di selezione di detenuti in entrata a Bollate, più motivati e dunque predisposti al successo dell’espiazione di parte della pena fuori dal carcere laddove (come precondizione) un carcere stile Bollate abbia intanto attuato il dettato costituzionale della rieducazione. E perciò avevano ripetuto lo studio su un sottogruppo dei detenuti di Bollate, gli «sfollati», cioé quei detenuti che vi venivano trasferiti casualmente solo perché capitava che altre carceri sovraffollate dovessero essere alleggerite: con il risultato che l’effetto migliorativo era ancora maggiore, nel senso che, per ogni anno in più di pena scontato in un carcere come Bollate, la recidiva appariva ridursi di 14 punti percentuali.

Al netto del derby statistico sulla quantità di riduzione di recidiva, il punto é la dimostrazione scientifica (fintamente ignorata perché indigeribile per gli impresari politici della paura) del nesso: la sicurezza per i cittadini, cioè la loro aspettativa di non essere vittime di reati nuovamente commessi da ex detenuti, é più assicurata se i condannati scontano la loro pena non tutta e soltanto chiusi in cella a far niente, ma parzialmente anche in misure alternative al carcere che li avviino allo studio o lavoro. Proprio il contrario, insomma, dei paventati «svuotacarceri» o «salvaladri».

Luigi Ferrarella, Corriere della sera, 12 Maggio 2018

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