libro Paolo Mieli

La ‘storiografia dei magistrati’

C’è infine l’arma suprema che è quella – diffusasi nell’ultimo ventennio – di trasferire in un’aula di tribunale casi sui quali neanche gli storici di professione sono riusciti a fare luce in modo definitivo. È una «storiografia dei magistrati» (ma anche dei pentiti e dei giornalisti) che ha abbondantemente preso piede e che produce «risultati» destinati a trasferirsi con sciatto automatismo nei libri di storia veri e propri. Talvolta si ha la pretesa di scriverli da cima a fondo questi libri. È il caso dell’atto di accusa dei magistrati di Palermo contro Giulio Andreotti, che nel 1995 è stato pubblicato in un volume dall’ambizioso titolo La vera storia d’Italia e il sottotitolo Giancarlo Caselli e i suoi sostituti ricostruiscono gli ultimi vent’anni di storia italiana. Proprio così: «la vera storia d’Italia» a opera di magistrati dell’accusa che, senza contraddittorio, «ricostruiscono gli ultimi vent’anni di storia italiana». E poco importa se chi troverà oggi quel libro su uno scaffale non sarà tenuto a sapere che la sentenza definitiva di quel processo per metà ha assolto Andreotti e per l’altra metà ha considerato prescritti i reati imputatigli. Su quelle pagine lui penserà di leggere una «vera storia» del nostro Paese. Ma ci sono molti altri casi di sconfinamento della giustizia nel campo della storia.
A Roma nel 2011 il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani ha ordinato la riapertura del caso del fisico Ettore Majorana, misteriosamente scomparso nel 1938, del quale Leonardo Sciascia si era occupato in un bellissimo libro. Il tutto sulla base di una foto scattata nel 1955 in Venezuela a un certo signor Bini in compagnia del meccanico Francesco Fasani. L’ipotesi era che Bini fosse Majorana, anche perché nella sua automobile in quel lontano 1955 sarebbe stata rinvenuta una cartolina dello zio del fisico, Quirino, spedita nel 1920. Dopo quattro anni di intense indagini, l’inchiesta è stata archiviata. Ma il magistrato ha stabilito che i tratti somatici del signor Bini risultano compatibili con quelli dello scienziato scomparso, ragione per cui «non si può escludere» che i due fossero la stessa persona. Formulazioni concettuali che hanno dell’incredibile.

Clamorosa è stata nel 2010 la riapertura del «caso Giuliano» a opera del procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dei pm Marcello Viola e Lia Sava, raccontato poi in un libro di Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino. I magistrati hanno ordinato la riesumazione del cadavere del bandito che il 1 ° maggio 1947 aveva compiuto la strage di Portella della Ginestra ed era stato poi ucciso dai carabinieri a Castelvetrano il 5 luglio 1950, dopo una soffiata di suo cugino Gaspare Pisciotta (o almeno questa era stata la versione ufficiale). Il sospetto, scriveva Rossella Guadagnini su «Micromega», era che «nella tomba fosse sepolto un sosia di Giuliano, il quale, messo in salvo dalla Cia, avrebbe trovato rifugio in America vivendo sotto copertura e lavorando per il Pentagono con il nome di Joseph Altamura». A detta di Rossella Guadagnini si sarebbe trattato di un precedente della trattativa Stato-mafia del 1992-1993: «Un’operazione delicatissima gestita dall’Anello di Giulio Andreotti, al tempo sottosegretario di De Gasperi, secondo quanto confessato da Michele Ristuccia, ex agente dei servizi italiani».

Il sindaco di Montelepre Giacomo Tinervia (che nel 2014 finirà in manette provocando lo scioglimento del Consiglio comunale per poi essere assolto) ringraziò in quell’occasione i magistrati «che hanno avuto coraggio di disseppellire quel corpo e che vogliono riscrivere la storia». Non è l’unica volta che Ingroia si è applicato alla «riscrittura della storia». Quarant’anni dopo il sequestro e il probabile omicidio di Mauro De Mauro, quello stesso magistrato ha riaperto il caso accusando Totò Riina di esserne stato l’artefice. Cinque anni di istruttoria e dibattimento, al termine dei quali Ingroia non è riuscito a ben identificare il possibile movente del delitto. Parlò di «convergenza dei moventi» e disse –senza esibire però una prova certa –che Riina aveva fatto uccidere De Mauro perché il giornalista aveva scoperto che la mafia era implicata nel golpe Borghese. Risultato finale: grazie a questo uso improprio dell’arma della memoria, Riina ha potuto conquistare la medaglia di un’assoluzione.

Nel 2013 Ferdinando Imposimato, ex giudice istruttore del caso Moro, ha ottenuto un grande successo editoriale con un volume in cui offriva le «prove» di connivenze di servizi deviati con le Brigate rosse. Stampato il libro, l’allora settantasettenne Imposimato si è rivolto alla procura di Roma guidata da Giuseppe Pignatone per chiedere che fosse riaperta l’inchiesta. Mesi dopo si è scoperto che il tutto era frutto di un inganno dell’ex brigadiere della guardia di finanza Giovanni Ladu, che aveva inventato l’esistenza dell’agente di Gladio Oscar Puddu, il quale per mail avrebbe confessato che i servizi di sicurezza militari disponevano di un appartamento in via Montalcini sopra il covo delle Br nel quale era tenuto prigioniero Aldo Moro. Puddu sosteneva che i servizi avrebbero potuto liberare lo statista di Maglie ma che Francesco Cossiga e Giulio Andreotti si erano opposti. Coinvolti nel complotto anche Giuseppe Santovito, Gianadelio Maletti e Pietro Musumeci. Il pm Luca Palamara dimostrò che era tutto falso e incriminò Ladu. Ma il libro di Imposimato è rimasto in vendita.

C’è di peggio. Il 7 novembre 2013, al processo sulla trattativa Stato-mafia, Francesco Onorato, pentito dal 1996, reo confesso di una trentina di omicidi (tra questi quello di Salvo Lima), «rivela» che furono Bettino Craxi e Giulio Andreotti a far uccidere il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa il 3 settembre 1982. Dice che anche l’uccisione di Piersanti Mattarella fu voluta dai politici. E di Claudio Martelli afferma: «Siamo stati noi a farlo eleggere ministro, nel 1987 ho tirato fuori dalla cassa di famiglia 200 milioni di lire per la sua campagna elettorale». Nando Dalla Chiesa sul «Fatto» del 9 novembre 2013 ribatte: «Nessuno può accusarmi di aver nutrito tenerezze verso il craxismo, ci sono le annate di “Società Civile” a dimostrarlo […]. Ma mi sentirei colpevole di avallare il falso se non dicessi che fu proprio Bettino Craxi visibilmente provato anche emotivamente da quel che era accaduto a difendermi dai pubblici furori che seguirono le mie denunce della matrice politica del delitto». Per fortuna in casi come questi l’uso improprio dell’arma della memoria è troppo scoperto perché storici attenti alla loro reputazione se ne lascino affascinare.

O, quantomeno, così si spera.

Estratto da “L’arma della memoria. Contro la reinvenzione del passato” di Paolo Mieli (Rizzoli, 2015)

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