La mia disgrazia si chiama Giustizia

Cosa succede se è un giornalista a decidere la tua colpevolezza? Ecco la storia di Ludovico Gay e le conseguenze del pregiudizio sociale per un’inchiesta sbagliata.

Mi chiamo Ludovico Gay, ho 50 anni e da 4 anni combatto contro una disgrazia che mi toglie la forza,  la voglia di vivere e che mi isola dal resto del mondo.
Non si tratta di una grave malattia fisica, né di una forma di depressione, anche se sono convinto che ci siano numerose analogie tra i miei problemi e questo genere di avversità.
La mia disgrazia si chiama Giustizia.

Il 12 dicembre del 2012, all’alba, alcuni agenti della Guardia di Finanza, pistole e manette bene in vista, mi “catturano” mentre dormo nel letto di casa mia, ignaro di tutto. Mi notificano una lunga ordinanza di arresto che coinvolge oltre 30 persone, tra dirigenti, funzionari pubblici ed imprenditori privati, accusati a vario titolo di corruzione, abuso d’ufficio e concussione.
Gli agenti mi fanno preparare un bagaglio minimo e sotto gli occhi sgomenti di mia moglie (oggi ex) e dei miei figli, mi portano a Regina Coeli, dove rimango rinchiuso per quattro mesi, di cui buona parte in stato di isolamento, nel braccio dove finiscono i detenuti da tenere sotto controllo o ai quali deve essere inflitta una punizione.
Rimango lì fino all’8 aprile del 2013, 120 giorni esatti, finché  la Corte di Cassazione decide la mia immediata scarcerazione, annullando “senza rinvio” l’ordinanza di arresto e quella del “tribunale delle libertà” che aveva invece confermato la necessità “cautelare”, giustificandola con il fatto che nel frattempo non avessi mostrato alcuna “resipiscenza” in sede di interrogatorio di “garanzia”.

Altrettanto convinti della mia colpevolezza sono, da subito, gli organi di informazione: tg nazionali, giornali, siti noti e ignoti, blog e altro, inclusi quelli dei 5 Stelle. Unanimi invocano per qualche settimana successiva al bliz della Magistratura, la necessità di pene esemplari per quella che viene definita la “cricca dell’agricoltura”,  elaborano teorie che prospettano l’imminente coinvolgimento dei vertici politici ed istituzionali del Ministero e concordano più o meno coralmente sulla necessità di gettare le chiavi della piccola cella nella quale sono stato rinchiuso senza mostrare segnali di pentimento.
Il migliore articolo pubblicato sul caso, dal mio punto di vista, è stato quello di un giornalista di cui non ricordo il nome, del quotidiano “Il Messaggero”, il quale, credo più che altro preoccupato di dare un po’ di coerenza alla sua narrazione, ha scritto più o meno di me: “ … e non saranno certo questi gli unici benefici ricevuti dal Gay, direttore generale di Buonitalia”.
Il suo pezzo, elencando i milioni di contributi che avevo erogato a soggetti pubblici e privati nel corso degli anni in cui avevo lavorato al Ministero delle politiche agricole, accertava che avessi ricevuto in cambio tre (tre!) notti in alberghi di lusso e la promessa (la promessa!) di una cucina. E non importa se già in sede di interrogatorio avessi dimostrato, documenti alla mano, che i soggiorni erano missioni istituzionali e che la cucina era stata regolarmente pagata a rate  per il suo effettivo costo.
Non un euro di mazzetta, nessun conto milionario in paradisi fiscali, nessun appartamento con vista panoramica, nessuna vacanza su lussuose barche in luoghi esotici, niente di niente, ma sicuramente, per il giornalista, qualcosa doveva esserci, altrimenti tutto quel baccano (di manette e di inchiostro!) non avrebbe  trovato alcuna “giustificazione”.

Credo di essere stata l’unica persona che ha colto allora, in quella parte di articolo, l’evidenza di un’indagine inconsistente, basata su congetture illogiche e non documentate, che i media avrebbero dovuto  cercare di comprendere e di denunciare anziché lasciarsi andare al facile e appassionante gioco del massacro mediatico contro persone, private anche della libertà di parola.
Dopo un lungo processo, che il codice di procedura penale definisce addirittura “immediato cautelare”, il 14 aprile del 2016 è arrivata la sentenza di assoluzione in primo grado, piena, perché il “fatto non sussiste”.
Giustizia è fatta?
Ebbene no, perché il “ragionevole dubbio” che fossi colpevole del reato di corruzione, sebbene fosse stato deciso dalla Cassazione prima e sancito poi dalla sentenza di primo grado, non è stato sufficiente ad evitare che il Pubblico Ministero, affatto resipiscente,  presentasse il ricorso in appello. Da un punto di vista formale infatti, il PM si può appellare a un giudizio che ritiene non corretto, anche senza apportare  nuovi elementi di prova a favore della sua tesi accusatoria.

E oggi, nel silenzio quasi totale dei media, gli stessi che ieri mi condannavano senza appello, attendo una nuova sentenza. In attesa di questo giudizio, “ragionevolmente” contaminato  dal dubbio che qualche fraintendimento abbia condizionato l’inchiesta che mi ha stravolto la vita, continuo a scontare la condanna latente del pregiudizio sociale.
Perfino trovare una casa è diventata un’impresa impossibile. I locatori curiosano su Internet ed è fatta: la casa è già stata affittata a miglior referenza, ci dispiace tanto! Il lavoro è una chimera e d’altra parte le istituzioni latitano. Infatti, nessun beneficio finanziario o morale è previsto in questi casi. Anzi, si infierisce ancora un po’ negando perfino le spese legali che in questo caso il Ministero dovrebbe risarcire  con l’avvallo dell’Avvocatura di Stato.
Dare un senso alla vita di ogni giorno è l’impegno quotidiano maggiore. Cosa mi rimane per vivere dignitosamente? La saltuarietà di qualche lavoretto e la magnanimità dei pochi amici che, in questi casi sciagurati, restano fedeli e vicini.

Ludovico Gay, Articolo 21, 8 gennaio 2017 

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