La giustizia rischia l’impasse sui debiti dei condannati

I crediti non recuperati sono 4 miliardi. Una nuova norma impone di riscuoterli, ma manca il personale Iter complesso. Si parte dall’Agenzia delle entrate, poi la Procura e il magistrato di sorveglianza

Uno tsunami sta per abbattersi sui palazzi di giustizia con centinaia di migliaia di procedimenti dopo che la finanziaria ha imposto la marcia forzata nelle procedure per la trasformazione in libertà controllata delle pene pecuniarie non pagate che, fino ad ora, spesso erano lasciate agonizzare negli armadi fino alla morte per prescrizione. Lo Stato non riesce a fare pagare quasi mai i condannati. I dati del Ministero della giustizia dicono che tra il 2010 e il 2016 su un oltre 6 miliardi di euro tra ammende, multe e sanzioni amministrative più di 4 non sono stati pagati, pari ad oltre il 50% dell’intero ammontare dei crediti vantati dalla giustizia. Una somma enorme che risolverebbe tutti i problemi della macchina giudiziaria. Paga chi ha un reddito o un patrimonio, ovviamente no gli irreperibili, in maggioranza stranieri, e i nullatenenti. Per costoro la pena pecuniaria deve essere convertita in libertà controllata. Quando le sentenze che contengono una pena pecuniaria diventano definitive vanno per la riscossione all’Agenzia delle entrare e della riscossione (Ader) che ogni mese trasmette al Tribunale un rapporto (introdotto dalla nuova norma) sulla situazione. Se uno non paga, la sua «partita di credito» va alla Procura della Repubblica che entro venti giorni si rivolge al magistrato di sorveglianza per il procedimento di conversione: un giorno di libertà controllata ogni 250 euro di debito.

Libertà controllata vuol dire, per esempio, che non si può lasciare il comune di residenza e che ci si deve presentare regolarmente alle forze di polizia. La Procura dovrebbe usare gli accertamenti dell’Ader, ma c’è chi dice che potrebbe anche far rifare tutto dalla Polizia giudiziaria, mentre è certo che il magistrato di sorveglianza «può» ripetere le indagini anche rivolgendosi alle banche, e se magicamente trova qualcosa che prima era sfuggito la palla torna all’Agenzia. Questo iter dovrebbe convincere anche i più recalcitranti a mettere mano a soldi, sempre ammesso che li abbiano, facendo cadere ogni speranza di prescrizione. Il timore è di rallentare ulteriormente il lavoro nei palazzi di giustizia, che già non scorre come un fiume impetuoso, quantomeno per smaltire l’enorme arretrato. Solo a Milano, a marzo il Tribunale aveva trasmesso alla Procura 250 «partite» non riscosse dal 2010. Entro aprile saliranno a diecimila per toccare quota settantamila a ottobre, mentre a regime si prevedono cento pratiche al mese. Non molto diversa la situazione in altri uffici: a Varese si parla di 13 mila fascicoli, a Brescia di sessantamila. Il rischio nemmeno tanto remoto è di ingolfare uffici e forze di polizia in una corsa a passarsi l’un l’altro la patata bollente per scongiurare di sforare i termini e di finire sotto la lente di ingrandimento della Corte dei conti. Il collo di bottiglia saranno i Tribunali di sorveglianza che con gli organici al minimo già a fatica riescono ad occuparsi dei detenuti figurarsi come potranno stare dietro alle «partite di credito» dell’intero distretto di Corte d’appello. La soluzione è sempre la stessa: ci vogliono più magistrati, più personale amministrativo e più polizia giudiziaria. E più soldi. Potrebbero arrivare dalle sanzioni pecuniarie: e il gatto si morde la coda.

Giuseppe Guastella, Corriere della sera, 6 aprile 2018

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