giustizia

Cambiare si può

E se la giustizia in Italia non fosse poi così giusta? Fino a prova contraria nasce da un dubbio. La questione può apparire distante, che non ci riguardi, in realtà è ‘dentro’ le nostre vite. Questa giustizia può colpire anche te. Anche noi.

Se il principio della presunzione d’innocenza sembra svanito nella cultura del sospetto per la quale siamo tutti colpevoli ‘fino a prova contraria’, qualcosa non funziona. Siamo donne e uomini non più liberi.
Se il processo mediatico, affidato agli organi d’informazione, è l’unico sul quale il cittadino possa effettivamente contare, la giustizia è morta.

Annalisa Chirico, presidente Fino a Prova Contraria

Annalisa Chirico, presidente Fino a prova contraria

Se una sentenza è emessa a dieci anni dal fatto, c’è qualcosa che non funziona. Giustizia rinviata è giustizia negata.
Se nelle statistiche internazionali il sistema giudiziario è il tallone d’Achille in un Paese sempre meno competitivo, qualcosa non torna.
Se un imprenditore ottiene la riscossione di un credito quando l’azienda è già fallita, qualcosa non va.

Se è più facile entrare in carcere da presunto innocente che da condannato definitivo, il paradosso è lampante.
Se una persona, sequestrata per ventidue anni in una cella, è scagionata da ogni accusa (non è fantasia ma è accaduto realmente al nostro Giuseppe Gulotta), qualcosa non funziona, no.

Se chi sbaglia non paga mai, l’irresponsabilità è anticamera dell’arbitrio.
Se il giudice che dovrebbe apparire imparziale, oltre che esserlo, si rivolge con il “tu” al collega della pubblica accusa e con il “lei” all’imputato, qualcosa non torna.
Se i cittadini italiani nutrono scarsa fiducia nella magistratura, sarebbe forse utile domandare loro il perché. E prestare ascolto.

Se la reputazione di migliaia di magistrati dediti al lavoro e alla riservatezza, costretti a fronteggiare la carenza cronica di risorse, è deturpata dall’operato di pochi colleghi assetati di protagonismo, forse qualcosa non funziona.
Se la pubblicazione di intercettazioni coperte dal segreto istruttorio è divenuta prassi comune al punto che non ci domandiamo più se gli atti contengano notizie di reato o siano soltanto bigné scandalistici e gossippari, né se qualcuno sarà mai chiamato a risponderne, forse c’è qualcosa che non funziona.
Se in un’aula di tribunale il giudice è chiamato a ribadire la distinzione tra peccato e reato in processi che paiono ispirati più al comune senso del pudore che alla repressione del crimine, qualcosa che non funziona c’è.

Cambiare l’esistente è possibile. Aiutaci.

Annalisa Chirico, presidente di Fino a prova contraria.

Condividi: