La giustizia complice dell’assassino

Il dopo fa sempre impressione. E rabbia. Donne che si scoprono essere state vittime due volte; del compagno violento prima e della giustizia, che troppo spesso non ce la fa ad arrivare in tempo.

Denunce che cadono letteralmente nel vuoto. Donne offese due volte perché quando parlano e trovano il coraggio di raccontare, di stracciare il velo del pudore e dell’umiliazione nessuno le ascolta davvero. Secondo l’Istat solo il 12 per cento delle vittime denuncia il partner, ma di questa quota arriva a condanna una percentuale dello zero virgola. Perché non succede niente? Dove sono i pm, i giudici, qui che il tempo è tutto, che spesso fa la differenza tra la vita e la morte. Fascicoli accartocciati in uno straziante imbuto in cui scorrono le storie di sangue che ogni giorno riempiono l’Italia. Un imbuto regolato dalla magistratura. Troppe volte le denunce restano in un cassetto, troppe volte esaminate con superficialità, prese poco sul serio, troppe volte non si dà il giusto peso al grido di queste donne. Troppe volte i pubblici ministeri e i giudici trattano con burocratica distanza questioni che sono sangue e sofferenza. Nessuno certo ha la bacchetta magica, ma spesso la magistratura non è al passo con l’evolversi della situazione, e troppe volte le violenze sfociano in morti annunciate e che quindi si potevano evitare. E di chi è la colpa? Noemi aveva solo sedici anni e una mamma spaventata che era corsa a denunciare. Ma a cosa è servito? Giordana aveva vent’anni e una bambina piccola di quattro anni. Lei il passo lo aveva fatto; il coraggio lo aveva anche trovato. Era andata dai carabinieri per stanare l’uomo che la picchiava e la spaventava a morte. Uccisa dall’ex il giorno dell’udienza per stalking.

Troppo tardi anche per Marianna, lei che aveva implorato e bussato alle porte di tutti collezionando dodici denunce. «Con questo coltello ti ucciderò». Lo aveva detto ai pm che sono stati condannati perché un giorno lui poi l’ha fatto davvero. In passato il problema era il silenzio, le vittime che non parlavano, preferivano subire e non dire. Nel 2010 i dati sulle violenze erano ancora nebulosissimi proprio per questa cappa che aleggiava sulla privacy delle case. Chi soffriva lo faceva in silenzio. Le vittime erano passate da 101 nel 2006 a 127 nel 2010 e la maggior parte delle donne erano rimaste sempre a tacere. Ancora oggi, 8 volte su 10 la donna non chiede aiuto. Ma se lo avessero fatto si sarebbero salvate? Purtroppo non è sempre così. Ora alcune cose stanno cambiando. Ma il problema spesso è anche dove si fanno le denunce perché l’Italia è a macchia di leopardo. C’è una legge del 2001 che permette l’allontanamento del partner violento. Ci sono zone – più spesso al nord – in cui si riesce ad ottenerlo dopo due giorni e altre in cui occorrono tre mesi. Un tempo assurdo. Giorni e notti dove può accadere di tutto. Dove lui ha tutto il tempo di mettere in pratica il suo piano omicida. E di farlo con calma.

Manila Alfano, Il Giornale, 15 settembre 2017

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