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La Bce sulla giustizia italiana: È troppo lenta e frena il credito

Difficilmente Mario Draghi si esprime per caso quando indica specifici punti deboli in un Paese. Il presidente della Banca centrale europea non lo ha fatto questa settimana, quando ha usato la sua conferenza stampa mensile per offrire un consiglio al governo del Paese europeo che conosce meglio. L’Italia, ha detto Draghi, ha mosso di recente passi «nella direzione giusta» per facilitare la soluzione giudiziaria delle insolvenze e il recupero delle garanzie offerte alle banche dai loro debitori.
Secondo il banchiere centrale i progressi compiuti dall’Italia fin qui non possono bastare. In aprile scorso il governo aveva varato un decreto che rimuove alcuni tabù storici nel Paese nel rapporto tra gli istituti di credito e i loro clienti: un bene o un macchinario posto a garanzia di un debito da un’impresa può diventare automaticamente di proprietà del creditore dopo un periodo di nove mesi nel quale le rate di rimborso non vengono pagate. Ma questi immobili o strumenti dell’azienda restano nel controllo dell’imprenditore, in modo che questi possa continuare a produrre per riemergere dal default e rimettersi in regola con la banca.
Draghi due giorni fa ha detto che queste misure potrebbero non bastare, soprattutto perché si applicano solo ai nuovi crediti. Non incidono sull’accumulo di 360 miliardi di prestiti nei bilanci delle banche italiane che potrebbero non essere mai rimborsati. È molto probabile che il banchiere centrale avesse un quadro molto preciso della situazione: di recente la Bce ha pubblicato un «working paper», un documento di lavoro, che fotografa esattamente la condizione di svantaggio delle banche e delle imprese in questo Paese sul resto della zona euro a causa di un sistema legale inadeguato. Fra undici Paesi dell’area, Grecia e Portogallo inclusi, l’Italia emerge di gran lunga come la più debole nel funzionamento della giustizia.

Una conseguenza è che, a parità di condizioni, un’azienda italiana da sempre ha avuto più difficoltà delle concorrenti in Germania, Francia, Irlanda o Finlandia a ottenere credito: le banche tradizionalmente hanno temuto di dover spendere troppo e attendere troppo a lungo prima di poter pignorare le garanzie, in caso di default; dunque tendono a essere restie nel prestare e permettere alle imprese gli investimenti necessari a farle crescere. Ma la seconda conseguenza è quella che oggi pesa di più: uno smaltimento dei crediti problematici gravemente inceppato; il documento di lavoro pubblicato dalla Bce dimostra come l’accumulo di questi problemi nei bilanci bancari non sia dovuto solo alla gravità della recessione, ma anche all’inefficienza del sistema legale nel trattarli e superarli.
Il «working paper» è stato scritto da un docente italiano della Cranfield School of Management, Andrea Moro, con un’economista italiana della Bce, Annalisa Ferrando, e Daniela Maresch dell’Institute for Innovation Management di Linz. E presenta l’Italia in fondo alla classifica su molti fattori: le valutazioni più basse in termini di «diritti legali» e «protezione della proprietà», il numero di giorni più alto per l’esecuzione di una sentenza, il costo storicamente più alto per il recupero di una garanzia (quasi un terzo del bene). Quel documento non rappresenta di per sé la politica ufficiale della banca centrale, ma la Bce ha scelto di pubblicarlo e il capoeconomista di Francoforte, il belga Peter Praet, vi ha fatto riferimento in pubblico. È probabile che Draghi lo avesse presente due giorni fa, quando ha invitato il governo di Roma a tentare nuovi interventi per velocizzare la giustizia civile.
La sostanza del messaggio, riassunta dal suo autore Andrea Moro: «Un sistema legale inefficace, con costi alti e tempi lenti, compromette l’accesso al credito per le aziende». Se per esempio si considera il tempo medio di chiusura di una causa civile in Italia (la più inefficiente) e in Finlandia (la più efficiente) la differenza per le imprese è sostanziale. Dove le leggi sono adeguate e i tribunali funzionano, l’accesso al finanziamento bancario per un produttore è in media del 40% più facile. Le banche offrono denaro con meno timore di non poter chiudere una causa in caso di default. Al contrario, un sistema giudiziario inefficiente protegge i debitori passati e attuali in default di fronte ai loro creditori; ma lo fa a danno dei debitori futuri, dunque dei nuovi investimenti.

Il quadro adesso potrebbe migliorare anche in Italia. Moro, uno degli autori del «paper» pubblicato dalla Bce, sottolinea che le misure approvate in aprile dal governo aiutano. «Possono essere sicuramente utili», dice, perché sarà più facile entrare in possesso delle garanzie sui nuovi prestiti. Resta l’enorme ingorgo sul flusso di decenni di vecchi default oggi bloccati nei bilanci delle banche, sul quale poco è stato fatto sul piano legale. E, a ben vedere, emerge anche un’evoluzione istituzionale: una Bce sempre meno timida nell’assumere un ruolo di guida per alcune scelte fondamentali dei Paesi più fragili. Un sintomo, anche questo, della debolezza di qualunque altra leadership oggi nell’area euro.

Federico Fubini, Corriere della Sera, 23 luglio 2016

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