Raffaele Sollecito

C’è vita dopo la gogna? Intervista a Raffaele Sollecito

Condannato. Assolto. Condannato. Assolto. Game over: il gioco è terminato. “La mia vicenda giudiziaria si è svolta come un videogioco”, racconta al Foglio Raffaele Sollecito, capelli lucidi raccolti in un codino, quasi a voler somigliare al protagonista di uno dei suoi manga preferiti. “Ho dovuto fronteggiare livelli di difficoltà via via maggiori, prove successive di resistenza fisica e mentale, fino allo scontro finale con il Gigante all’apparenza imbattibile”. Il Gigante, fuor di metafora, è la Corte di Cassazione che lo scorso 27 marzo assolve definitivamente dall’accusa di omicidio il giovanotto di Giovinazzo e la “fidanzatina” di Seattle Amanda Knox. “Fidanzatina? L’ho conosciuta cinque giorni prima del delitto. Ci hanno dipinto come una coppia diabolica in grado di orchestrare un omicidio e simulare un furto. Il bacio che ci scambiamo sul pianerottolo in via della Pergola è stato immortalato come la prova regina della nostra spregiudicatezza. La verità è che eravamo due studentelli sconvolti, Amanda piangeva a dirotto perché aveva perso la sua amica e non aveva nessuno in Italia a parte me”. Otto anni di processo, quattro di carcerazione preventivaoltre un milione di euro tra parcelle destinate ad avvocati e consulenti. “Sono stato vittima di un clamoroso errore giudiziario. Com’è possibile che ciò accada in un paese che si vuole democratico e civile?”, la voce di Raffaele è ferma e stentorea. Non balbetta, non sibila, ma scandisce ogni parola con risolutezza.

Non ha più nulla del ragazzo impacciato e introverso che da un paesino del barese di 22mila anime si trasferisce a Perugia per studiare ingegneria informatica e tuffarsi in una spensierata emancipazione grazie a un programma Erasmus a Monaco di Baviera. “Quel Raffaele non esiste più. Il carcere mi ha obbligato a diventare adulto troppo in fretta. I miei vent’anni mi sono stati rubati e non torneranno. Però se mia madre potesse vedermi oggi, sarebbe orgogliosa di me”. Invece la madre, “donna bellissima dai lunghi capelli rossi e ricci”, non c’è più. “E’ scomparsa nel 2005, è morta d’infarto e trascuratezza. Si era separata da mio padre, in quel periodo io vivevo a Monaco e quando sono accorso da lei in Puglia l’ho rivista in una bara”. A differenza dell’incrollabile papà Francesco, la mamma non avrebbe retto l’odissea del processo. “Vorrei pensare che in fondo sia stato meglio risparmiarle una tale sofferenza. Ma in verità no, l’avrei voluta al mio fianco per molti anni a venire”. Raffaele vuole riafferrare la propria vita. Conseguita la laurea in ingegneria dietro le sbarre (più una magistrale da cittadino libero a Verona), ha vinto un bando della Regione Puglia per giovani imprenditori e recentemente ha fondato una società che offre “servizi informatizzati innovativi” e impiega già tre stagisti.

“La promozione del libro (“Un passo fuori dalla notte”, Longanesi, ndr) mi ruba molto tempo ma non posso tirarmi indietro. Se qualcuno comincerà a porsi qualche perché a proposito del sistema giudiziario italiano, allora saprò che rivivere il dolore attraverso la scrittura non sarà stato inutile”. Gli incubi notturni, gli squilibri tiroidei, gli attacchi di panico, i “tormenti” che di tanto in tanto, durante la giornata, gli annebbiano la mente sono la traccia indelebile del “videogame” che lo ha tenuto prigioniero per un tempo così lungo. “Se porti delle cicatrici vuol dire che sei ancora vivo. Io sono morto e rinato”. I Supremi giudici gli restituiscono la vita con una sentenza di 52 pagine che boccia senz”appello l”operato della pubblica accusa. “Clamorose defaillance o “amnesie” investigative e colpevoli omissioni di attività di indagine” sono all”origine di un “iter processuale obiettivamente ondivago”.

In una memorabile arringa dinanzi alla V sezione della Suprema corte l”avvocato Giulia Bongiorno insiste sugli errori grossolani commessi dagli inquirenti e determinanti nella contaminazione delle prove scientifiche. “Le ho affidato la mia vita. Con me è persino materna sebbene appaia solitamente fredda e distaccata. Con lei bisogna dosare le parole e attendere il proprio turno per parlare”.

Sul luogo del delitto e sul corpo della vittima, scrivono i giudici, si rinviene “l”assoluta mancanza di tracce biologiche riferibili a Knox e Sollecito”. Abbondano invece quelle riconducibili a Rudy Guede, il giovane ivoriano che la mattina successiva al delitto prende un treno per Milano e subito dopo un altro diretto in Germania. Oggi Guede sconta una condanna a 16 anni di reclusione per concorso in omicidio. “Mi sono riscattato nel processo giudiziario ma non in quello mediatico – spiega Raffaele – Nello sguardo delle persone che mi riconoscono per strada c”è un giudizio di colpevolezza. Leggo i commenti pressappochisti di chi sputa sentenze senza aver seguito le udienze nel corso delle quali le presunte prove dell”accusa si sgretolavano a colpi di test genetici e testimonianze.

Sui social network la gente imbraccia la forca. E” un gioco omicida con la vita degli altri: i magistrati alimentano i media e i media suscitano nel pubblico un rigurgito verso una persona che è solo imputata”. Sebbene la giustizia lo abbia assolto definitivamente, in molti pensano che Raffaele l”abbia fatta franca. “Dicono che non dovrei gioire per la mia assoluzione perché l”omicidio di Meredith sarebbe rimasto senza colpevole. Ma tutti dimenticano che c”è una persona che sconta una pena dietro le sbarre. Anche se non so quanto gli sarà utile”. Che intendi? “Non ho alcuna simpatia per Guede, l”ho visto per la prima volta in tribunale dove i pm incomprensibilmente non lo hanno mai voluto sentire. Ciò non toglie che il carcere sia una scuola per la delinquenza.

Non migliora le persone, non le redime. Se non sei criminale, lo diventi”. Pensi che Guede si sia pentito? “Ne dubito. Come scoprimmo da alcune testimonianze, su di lui era più volte gravato il sospetto di un coinvolgimento in episodi di furto con scasso secondo il medesimo copione: un sasso per rompere la finestra e poi la rampicata per penetrare all”interno. Esattamente come era accaduto a casa di Meredith. Il pm Mignini invece vedeva tracce di scenari rituali perché il delitto era avvenuto dopo la notte di Halloween e nella camera di Meredith c”era un costume da Dracula. Ho appreso dopo che lo stesso pm, indagando sul ritrovamento di Francesco Narducci, ripescato dal lago Trasimeno nel 1985, mise da parte l”idea del suicidio e seguì la più complessa pista dell”omicidio a sfondo satanico. Si rivelò un abbaglio”. Ecco, se la procura avesse seguito la tesi più lineare e immediata, quella del furto finito in tragedia, Raffaele non avrebbe varcato la soglia del carcere. E Guede sarebbe stato condannato per omicidio e non per concorso. “Sul processo c”era un”attenzione spasmodica, Perugia era assediata dai cronisti di mezzo mondo. La vittima era una cittadina inglese. Per fare marcia indietro serve umiltà: la procura non l”ha avuta”.

Quale sarebbe l”alternativa al carcere per un assassino? “Si possono immaginare delle comunità dove neutralizzi il pericolo e dai alle persone una possibilità effettiva di reinserimento. Dietro le sbarre vieni educato secondo un codice criminale. Quando esci trovi conforto soltanto nell”ambito di un circuito criminale”. Raffaele trascorre quattro anni ristretto in una cella tre metri per due. Sei mesi li passa in isolamento fin quando un giorno decide di chiederne la sospensione “a proprio rischio e pericolo”: “Quella mattina mi alzai dal letto e andai a prendere la pastiglia per la tiroide. Vidi che l”infermiera mi osservava perplessa, e non capii perché. Lo compresi solo quindici minuti dopo: ero completamente nudo. La solitudine mi stava bruciando il cervello”. Le avances tra detenuti, la doccia con le mutande per non offendere gli arabi, il capitolo “ritorsioni” nella tromba delle scale prive di videosorveglianza…la vita in carcere è un addestramento quotidiano. “Ho visto un uomo scaraventare una pentola di olio bollente in faccia a un altro che gli aveva detto “vaffanculo”. Ho visto persone accoltellarsi per una crostatina. L”unico sentimento che pulsa in carcere è la vendetta. Il carcere è esso stesso uno strumento di vendetta che offre soddisfazione alle vittime e ai loro parenti ma lascia i reclusi a vegetare a spese dei cittadini”. Vendetta e violenza. “Ho visto persone crollare per terra contorcendosi dal dolore dopo essersi versati in gola l”intero contenuto di una bottiglia di candeggina.

Una volta notai che le guardie stavano conducendo fuori un detenuto che non si reggeva in piedi: si era reciso con una lama i tendini delle gambe e delle braccia”. Dopo l”assoluzione in Corte d”appello nel 2011 (la sentenza sarà poi ribaltata dal primo verdetto della Cassazione che ordinerà un appello bis), fischi, urla e strepiti di sdegno si levano davanti al tribunale. Claudio Pratillo Hellmann, il giudice che presiede la vituperata corte, ha raccontato i dettagli del linciaggio mediatico: “Nei bar di Perugia dicevano che mi ero venduto agli americani, che avevo ceduto alla pressioni della Cia. Quasi tutti i colleghi magistrati mi tolsero il saluto. In più ero in predicato per la presidenza del Tribunale e naturalmente quella carica fu assegnata a un altro collega sicuramente degnissimo ma qualche sospetto che si trattasse di una ritorsione mi venne”.

Sei mesi dopo il giudice andò in pensione. L”assoluzione del 2011 segna il ritorno di Raffaele alla libertà. Sente che ha bisogno di staccare e parte per gli Stati uniti. A Seattle Amanda gli presenta il nuovo fidanzato. I due hanno trascorso in tutto dieci giorni insieme (cinque prima dell”assassinio): sono due quasi estranei. La meta del cuore è il deserto del Nevada per l”evento noto come “Burning man”, ideato da Larry Harvey: “Dura otto giorni. Il tempo si annulla – spiega Raffaele – Non hai scadenze né scopi. Sei tu con te stesso, e bruci tutto per rinascere dalle tue ceneri. Il dolore per la morte di mia madre, gli anni spesi in carcere, le umiliazioni patite: volevo bruciare tutto. Qualcosa dentro di me era bruciato per sempre”. Negli Usa Raffaele promuove il libro “Honor Bound”, l”accoglienza è calorosa. Per gli americani i due ragazzi sono innocenti. “Prevale una mentalità garantista in un sistema in cui la certezza della pena non è una formula vuota ma è una realtà: in diversi stati può portare ad una iniezione letale. Perciò nel corso del processo c”è un rispetto scrupoloso delle garanzie dell”imputato. Da noi invece tali prerogative vacillano perché in fin dei conti, all”esito del processo, la pena c”è e non c”è”. Gli avvocati intendono richiedere l”indennizzo per ingiusta detenzione. “Si parla di 500mila euro, una cifra ridicola. Con gli anticipi dei due libri sto tamponando qualche debito. Dobbiamo ancora finire di pagare gli avvocati. E poi, domando, chi mi pagherà il risarcimento? Sempre e comunque i cittadini. Non c”è un”assunzione di responsabilità da parte di chi ha sbagliato. E per ottenerla mi appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Quel che è successo a me non deve più ripetersi”. Ai tuoi figli come spiegherai un giorno che il papà è finito in carcere alla stregua di un assassino? “Insegnerò loro a non giudicare”. Rimproveri qualcosa ad Amanda? “Non ha alcuna colpa. Ha subito un interrogatorio fuori dai crismi di legge, con una pressione insostenibile e in una lingua che non era la sua. Se non l”avessi conosciuta, quel giorno lei non avrebbe dormito da me e sarebbe rimasta in via della Pergola. E’ vero, non mi sarebbe caduto addosso questo macigno. Ma oggi piangeremmo due vittime, non una”.

Annalisa Chirico, Il Foglio, 22 ottobre 2015

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