Intervento di Giovanni Melillo | Fino a prova contraria Book tour – Napoli

Voglio dire, per prima cosa, che ‘Fino a prova contraria’ è un libro che costringe a riflettere, anche quando non si è d’accordo. La prima lezione di questo scritto è la necessità di ascoltare, soprattutto le voci critiche sul senso di sé che ciascuno di noi ha, sui modelli di interpretazione di ruoli istituzionali. Si crede sovente che la democrazia consista nel diritto di ciascuno di parlare. Guido Calogero invece insegnava che essa consiste nel dovere di ascoltare, la democrazia riposa nelle orecchie degli uomini. Per me è importante essere qui anche perché questa è la casa dell’avvocatura napoletana. Appena nominato procuratore della Repubblica, ho chiesto espressamente di essere ricevuto dal Consiglio dell’ordine. Considero questo un abituale luogo di incontro e confronto con la classe forense napoletana. Ho l’ambizione di potermi sentire a casa qui, e ho pure l’ambizione che gli avvocati possano considerare l’ufficio della procura un luogo familiare per esprimere le proprie attese e doglianze. Non è uno schema di relazioni corrette ma tutto sommato inconcludenti, è il riflesso di convinzioni profonde sulla sostanza delle cose che abbiamo di fronte. Ho appena trasmesso al Consiglio dell’ordine ma anche alle Camere penali un progetto per la costituzione di un ufficio di definizione degli affari semplici, considero importante sentire l’avvocatura prima di decidere.  Con il presidente del tribunale vi è l’intesa ad aprire un tavolo con l’avvocatura sulle questioni dell’informatizzazione degli uffici giudiziari. Ho pure chiesto al presidente della corte d’appello di aprire un tavolo sulle priorità da perseguire al quale partecipi l’avvocatura. La condivisione organizzativa deve poter abbracciare il punto di vista della classe forense. Gli avvocati non sono utenti né spettatori ma parte integrante della governance del sistema giudiziario. Vengo così a un tema centrale del libro ‘Fino a prova contraria’: la sorte del principio della ragionevole durata del processo. Esso è una garanzia in sé ma può diventare terreno inclinato verso l’ineffettività di tutte le altre garanzie. Il rischio perdurante dell’enfatizzazione delle indagini è complesso, alla sua tradizionale dimensione unisce oggi una componente di rischio aggiuntiva data dal rapporto tra indagini e tecnologie. Oggi il rischio di trascinamento dei diritti della vita delle persone in quella che Annalisa Chirico chiama gogna mediatica è assai più elevato del passato. Io non condivido la valutazione secondo cui le intercettazioni sono troppe. Intanto perché non mi permetto di giudicarle ‘troppe’ rispetto all’esito di valutazione del giudice, e poi perché anche i numeri della procura di Napoli dimostrano che siamo in presenza di un numero limitato di intercettazioni la cui dimensione invasiva è determinata innanzitutto dal rilievo che le tecnologie hanno nel nostro sistema di relazioni personali. Il decreto legislativo all’esame delle Camere, a giudizio mio e di altri procuratori, fornisce risposte non soddisfacenti proprio perché sottovaluta la necessità di regolare l’impiego delle tecnologie. Siamo abituati a pensare che la partita sul controllo delle comunicazioni sia una partita a tre: pm, difesa e persona. Il governo delle tecnologie invece richiede il ricorso ad imprese private. Da circa vent’anni lo stato è arretrato nell’organizzazione dei servizi necessari allo svolgimento delle indagini. È necessario che lo stato si riappropri di questo terreno, servono politiche pubbliche di controllo per far sì che il trattamento dei dati personali avvenga in modo rispettoso dei diritti e delle vite delle persone.

Si pone poi il tema dei rapporti tra magistratura e mass media. Nella mia vita di magistrato ho una ridotta pratica di relazioni mediatiche. Da procuratore della Repubblica so più che cosa non voglio fare, e alcune cose ho smesso di farle. Non ho mai fatto conferenze stampa né comunicati stampa se non per correggere informazioni distorte. È solo un primo passo ma è importante per prendere le distanze da un’esigenza, finora avvertita da molti, di autorappresentazione celebrativa del lavoro del pubblico ministero. Il mio ufficio non avverte più questa esigenza. Qualcuno si è anche dispiaciuto, ma non vedrete più comunicati in cui si annuncia di aver sgominato, disarticolato, neutralizzato, o anche, con minore enfasi, accertato…L’accertamento è devoluto al processo ed è rimesso al contraddittorio.

Nella irragionevole durata del processo è trascinata la condizione della persona che infine viene sottoposta a pena. È del tutto evidente che una pena eseguita a distanza di anni dalla commissione del fatto colpisce una persona che spesso è completamente diversa. È un problema che s’intreccia con quello della condizione carceraria. Il mio ufficio ha responsabilità di concorrere alla effettività della tutela dei diritti delle persone detenute. Per questo vogliamo istituire un gruppo di lavoro che si occupi specificamente di reati commessi nell’ambiente penitenziario, avvertiamo l’esigenza di assicurare una considerazione attenta e prioritaria alla sorte di persone la cui vita, dignità e incolumità è affidata allo stato. Inoltre l’irragionevole durata del processo comporta lo svuotamento del contraddittorio. È del tutto evidente che il contraddittorio a distanza di anni dai fatti comporta l’accentuazione di una sorte di vocazione alla ineffettività, alla dissolvenza, alla evaporazione della funzione del contraddittorio. Qui si apre il terreno di una sfida comune, l’avvocatura coltiva spesso l’idea che sia meglio rinviare i processi e non farli. Annalisa Chirico nel libro, che contiene provocazioni benefiche soprattutto sul versante della magistratura, dice cose che spesso non sono facili da considerare anche per il versante che si autodefinisce garantista. Per esempio, quando l’autrice dice testualmente che la certezza della pena è un diritto fondamentale, che un garantista deve battersi perché i processi siano celebrati in tempi ragionevoli e conducano a sentenze effettivamente eseguite. Non è intransigenza punitiva, scrive l’autrice, ma l’essenza dello stato di diritto. Credo che sia questa la sfida comune che unisce magistratura, avvocatura e mezzi di comunicazione, vale a dire la necessità di costruire una cultura legalitaria che superi la contrapposizione tra garantismo e giustizialismo. Significa cultura dell’osservanza della legge e della tutela dei diritti fondamentali. Questa cultura deve costruirla anche la magistratura che sovente dimentica di non avere una funzione salvifica, anzi la tradizione illuministica ci ricorda che la giurisdizione è un potere odioso, chiamato a incidere ogni giorno sulla vita e sul patrimonio delle persone. La consapevolezza di essere un potere odioso aiuta a maturare la consapevolezza che la legittimazione democratica della giurisdizione si conquista sul terreno della scrupolosa osservanza delle regole nella quotidiana attività.  Questo significa molto, anche per la magistratura inquirente. Nell’ambito della revisione del programma organizzativo ci sforzeremo di individuare tutti i meccanismi che consentano al pm di praticare, di continuare a praticare e , in alcuni casi, di tornare a praticare quelle che un tempo si chiamavano le ‘virtù passive della giurisdizione’: la consapevolezza che la verità processuale è una verità relativa, che occorre ascoltare le ragioni degli altri e procurarsi la fiducia degli altri, nel caso del pm persino la fiducia dell’imputato.

Giovanni Melillo, Procuratore della Repubblica di Napoli, 28 novembre 2017 

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