L’intervento a MegaWatt di Annalisa Chirico, presidente Fino a prova contraria (Milano, 17 settembre)

La presidente di Fino a prova contraria interviene a MegaWatt, convention guidata da Stefano Parisi, per spiegare perché riformare la giustizia è necessario per far ripartire l’Italia. 

 

Fino a prova contraria nasce alcuni mesi fa quando, insieme a un gruppo di amici, ciascuno con la propria professione (con noi ci sono avvocati, imprenditori, magistrati), abbiamo deciso di impegnarci per riportare al centro dell’agenda politica il grande tema della giustizia, per vent’anni ostaggio della politica. Ostaggio di schermaglie partitiche, alibi perfetto per impedire ogni tentativo di riforma: vent’anni in cui, anche quando una riforma era considerata giusta, questa doveva essere comunque azzoppata nella malaugurata ipotesi che potesse recare vantaggio all’avversario.

Vent’anni in cui, pur avendo maggioranze parlamentari in grado di approvare il cambiamento, alla fine le promesse sono rimaste tali.

Oggi, però, la giustizia non è più un tabù; noi di Fino a prova contraria, in quanto cittadini, vogliamo,quindi riappropriarci di questo tema, che non può più essere delegato soltanto alla politica o alla magistratura.

Perché è dalla giustizia che dipende il benessere economico del paese e la qualità dello Stato di diritto; perché in un paese dove non c’è certezza del diritto, dove non vige il governo supremo delle leggi ma quello imprevedibile degli uomini, non sono solo i contratti a non esser rispettati, ma sono le persone e le loro libertà.

Ora bisogna recuperare il tempo perduto.

Noi di Fino a prova contraria crediamo nella straordinaria capacità di recupero del nostro paese, perché pur nelle difficoltà di una crescita anemica, con tasse e burocrazia che tolgono il fiato, noi italiani siamo capaci di fare comunque cose strabilianti.

E allora vien da dire: figuratevi un po’ di cosa saremmo capaci di fare se avessimo, per esempio, un livello di tassazione più umano, un sistema giudiziario che non sia il più efficiente del mondo – ma almeno nella media europea.

Quando lo scorso marzo abbiamo dato inizio a questa esperienza abbiamo scelto un luogo simbolico, Villa Taverna, residenza dell’ambasciatore statunitense in Italia. L’ambasciatore Phillips ci ha ospitato per lanciare il nostro movimento perché gli USA, oltre che patria di libertà e democrazia, sono l’esempio di che cosa vuol dire impegnarsi a creare un ambiente pro-business: ogni anno, a Washington, si svolge un programma governativo che si chiama Select Usa. Qui s’invitano alcune aziende per mostrare loro i vantaggi del sistema a stelle e strisce, dal fisco alla burocrazia. Il messaggio è “Venite da noi: non ve ne pentirete”.

Ma provate un attimo a calare questo esperimento in Italia: ve lo immaginate un Select Italy? Il messaggio che potremmo mandare è “Venite da noi, che il sistema paese vi agevola con una tassazione al 70%, una burocrazia che in bocca al lupo, una giustizia che le cause civili le risolve, certo, ma dopo una decina d’anni”.

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E allora noi ci chiediamo: a queste condizioni, chi è disposto a investire in Italia?

Se i tempi per far valere un diritto sono questi, non c’è da stupirsi se l’Italia è fanalino di coda per la sua capacità di attrarre investimenti: gli imprenditori che restano coi piedi nel nostro paese, che continuano a puntare sul nostro paese, sono degli eroi.

A luglio, a Roma, Fino a prova contraria ha organizzato un grande evento a cui hanno partecipato, oltre all’ambasciatore Phillips, l’ex ministro Paola Severino, il giudice costituzionale Giuliano Amato, il presidente ANAC Raffaele Cantone e numerosi rappresentanti di categorie imprenditoriali. Tutti sono stati concordi su un punto: di questo passo l’Italia è destinata alla desertificazione industriale.

Non so a voi: ma, a noi, la decrescita fa paura. E così i tempi impossibili della giustizia italiana.

Il tempo medio per la conclusione di un procedimento, nei tre gradi di giudizio, è quasi 8 anni (2866 giorni), contro una media di 788 giorni nei paesi Ocse e un minimo di 368 in Svizzera. Se si considera la classifica Doing Business 2016 della Banca Mondiale, si scopre che alla voce “applicazione dei contratti” il nostro paese, con una media di 1.120 giorni per riscuotere un credito commerciale (circa 3 anni), si posiziona dietro agli altri stati membri europei (eccezion fatta per Grecia e Slovenia). 1.120 giorni è un valore quasi triplo rispetto a Francia (395), Germania (429) e Regno Unito (437).

La BCE ha pubblicato un «working paper», un documento di lavoro, che fotografa esattamente la condizione di svantaggio delle banche e delle imprese in questo Paese sul resto della zona euro a causa di un sistema legale inadeguato. Fra undici Paesi dell’area, Grecia e Portogallo inclusi, l’Italia emerge di gran lunga come la più debole nel funzionamento della giustizia.

E non è tutto: il presidente Mario Draghi ha stimato che i costi della giustizia che non funziona siano pari a oltre l’1 per cento del PIL (22 miliardi di euro, per l’esattezza l’1,3 per cento del reddito nazionale).

Poca attrattività e costi esorbitanti. E poi, ancora, una giustizia che funziona come una roulette russa. A parità di leggi e risorse abbiamo una giustizia efficiente a macchia di leopardo: se la causa si instaura a Torino o a Marsala, hai tempi più veloci e prospettive più rosee. Se, invece, capita a Napoli o Salerno, in bocca al lupo.

Abbiamo tribunali punte di eccellenza: noi di Fino a prova contraria, ad esempio, ci onoriamo di aver con noi il dottor Mario Barbuto, che è stato presidente del tribunale di Torino e che da lì ha avviato accorgimenti organizzativi e procedurali che hanno permesso di tagliare di quasi il 30 percento l’arretrato. E proprio Barbuto, all’ultimo evento FPC, c ha raccontato i mal di pancia dei suoi colleghi che lo accusavano di “deriva aziendalista”.

Perché poi ci sono le resistenze corporative, l’idea tutta italiana che la giustizia si debba autoriformare, e guai se invece il Parlamento, espressione della sovranità popolare, pretende di riformare la giustizia.

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Ci sarebbe molto altro da dire: potremmo parlare dell’uso abnorme della custodia cautelare, della necessità improrogabile (perché lo dice la Costituzione, non noi) di avere un equo processo, una parità tra accusa e difesa, una magistratura inquirente e giudicante che veda una netta separazione tra percorsi e carriere, della necessità di depenalizzare quelli che in America sono qualificati come comportamenti negligenti nella gestione di un’impresa e che oltreoceano portano a multe e sanzioni amministrative e da a noi, tra sequestri preventivi e arresti, possono portare al fallimento di un’impresa.  Senza che sia stata emessa una sentenza di condanna.

E poi, ancora, un altro tema: la giustizia politicizzata. Una corrente, Magistratura Democratica (MD), è entrata ufficialmente nel comitato per il NO al referendum costituzionale del governo. Una manovra ai limiti dell’eversione.

A prescindere da ciò che si può pensare del referendum, chi ha a cuore la democrazia italiana la separazione dei poteri non può accettare che una corrente della magistratura (una frangia minoritaria, ma non per questo meno pericolosa) scenda nell’agone politico. Qualcuno si è accorto, con un po’ di ritardo per la verità, che forse un tale Silvio Berlusconi non era in preda a deliri mistici quando tuonava contro le toghe rosse… meglio tardi che mai.

Lasciatemelo dire: nei giorni caldi, dopo il tentato golpe in Turchia, con la repressione dei magistrati ad opera del governo di Ankara, si sono levate le voci, giuste, di censura nei confronti del governo turco. D’accordo, sacrosanto. Però guardiamoci in casa, e diciamocelo: la giustizia italiana può dare lezioni solo al dittatore Erdogan.

Voglio però lasciarvi però con una parola di speranza. Molto si può fare e qualcosa è stato fatto: penso al tribunale delle imprese, sezioni specializzate per le controversie in materia d’impresa; penso alla normativa sulla particolare tenuità del fatto per evitare che cause per un furto di un ovetto Kinder tenga occupati i nostri magistrati per tre anni.

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Io so che in questa sede ci sono uditori sensibili. Stefano l’ho conosciuto a Panorama: il suo comportamento durante la vicenda Fastweb, il caso Silvio Scaglia, la sua scelta di dimettersi per evitare il commissariamento dell’azienda in una vicenda da cui poi è stato completamente scagionato… Stefano sa bene che cosa significa combattere contro la giustizia ingiusta.

E crediamo che Stefano possa essere un interlocutore aperto perché per realizzare il cambiamento non servono insulti e strepiti, serve la voce, misurata, della ragione. E Stefano, secondo noi, incarna questa visione.

Ciò, ovviamente, non vuol dire che io sia d’accordo con lui su ogni cosa: io, per esempio, voterò SI al referendum, convintamente, non soltanto perché non mi va di votare secondo le indicazioni di MD, ma per un tic personale. Perché, pur con tutti i suoi limiti, è un passo nella direzione giusta: le due camere uguali uguali sono un unicum a livello mondiale, e perché in caso vinca il NO questa sarebbe la seconda bocciatura, dopo quella del 2006. E perché significherebbe dire al mondo intero che questo Paese non è capace di autoriformarsi. Aggiungo, poi, che la parola stabilità, al centro delle polemiche nei giorni scorsi, non è un dettaglio da poco per chi investe: non è una minuzia. In questo momento, in caso di una crisi di governo, io non vedo alternative credibili (a meno di considerare l’asse Brunetta-Travaglio-Ingroia-Di Pietro-Di Maio-Di Battista-Beppe Grillo un’opzione auspicabile).

 Non so voi, ma in un tale scenario io sono pronta ad emigrare.

Grazie e buon lavoro a tutti voi, e buon lavoro a te Stefano perche da domani ne avrai ancora di più.

Iscrivetevi a Fino a prova contraria: dateci una mano per un paese più giusto e competitivo. Dipende da ciascuno.

Annalisa Chirico, MegaWatt (Milano, 17 settembre)

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