Intercettazioni abusive

La riservatezza delle conversazioni è sacra. E uno stato di diritto deve garantirla. 

Al direttore – Il non sopito dibattito pubblico circa lo scandalo della pubblicazione della trascrizione d’intercettazioni telefoniche coperte da segreto investigativo, ripropostosi in relazione a una conversazione tra il segretario del Partito democratico e uno dei suoi genitori, ha riportato alla ribalta dell’attenzione mediatica una patologia, del nostro sistema giudiziario, che ha dato prova della sua insidiosità in un numero d occasioni così ripetuto, negli ultimi decenni, da non essere più possibile ricordarle ciascuna nello specifico. E tuttavia si tratta di occasioni che mostrano tutte un identico denominatore comune, quantomeno sul versante degli effetti che vicende di questo tipo producono: la destabilizzazione e il condizionamento dell’azione politica.

Tuttavia, di fronte alla consapevolezza della necessità di tamponare tale pericoloso effetto finale, le risposte della politica, insensibili alla – o spaventate dalla – necessità d’interrogarsi, se del caso con autorevolezza impopolare e controcorrente, sulle cause originarie di tale evidente degenerazione, inalberano sempre la bandiera salvifica dell’inasprimento del divieto, con maggiore rigore sanzonatorio, della condotta di chi si rende artefice della pubblicazione.

Gli interrogativi posti alla politica
Nessuno sforzo, nessun coraggio argomentativo emerge in materia, a proposito del vero interrogativo che dovrebbe occupare la politica, vale a dire quale debba essere lo spazio di praticabilità delle intercettazioni telefoniche e ambientali tra privati, per il perseguimento dell’interesse pubblico alla repressione dei reati. La posizione pregiudiziale di questo tema imporrebbe di riconoscere che, in uno stato costituzionale di diritto, che metta al centro del proprio essere e della propria missione istituzionale la tutela della libertà individuale, la riservatezza delle conversazioni è valore primario, di laica sacralità. E viola tale sacralità l’ascolto occulto anche di una sola persona terza, sia essa il pubblico ministero o un ufficiale di polizia giudiziaria.

Ecco perché il legislatore del processo penale, sin dal 1987, aveva tracciato, con l’utilizzo di forme lessicali assolutamente inequivoche, il perimetro di legittimità dell’attività di intercettazione, che infrange la sacralità della riservatezza individuale, in termini di vera e propria necessità. Affermando che gli indizi di reato devono preesistere all’attività captativa – escludendo pertanto, da principio e in assoluto, la praticabilità delle intercettazioni cd. a strascico, per ricercare le notizie di reato – e che essa dev’essere assolutamente indispensabile (vale la pena ribadirlo, assolutamente indispensabile recita l’art. 267 del codice di procedura penale) ai fini della prosecuzione delle indagini. EÈ noto che l’applicazione concreta di tale limite ha cancellato il principio e ne ha stravolto le ricadute operative: le intromissioni occulte nelle conversazioni di terzi, soprattutto quando riguardano appartenenti alla sfera della politica, sono additate a valori di trasparenza nei confronti dell’opinione pubblica e la loro utilizzazione è tremendamente dilatata, senza confini di razionalità, nello spazio e nel tempo.

È evidente che, in un contesto reale come quello appena richiamato, il giornalista, che pubblica una conversazione privata intercettata, che invece dovrebbe essere segreta, si colloca sul paiano dell’esercizio di una facoltà legittima, prima che per prescrizione deontologica, perché di fatto è apprezzato tra i lettori , percHé asseconda un bisogno collettivo di conoscenza.

È pertanto ingenuo, prima che distorto, pensare di affrontare il problema sul tappeto, issando la bandiera della sanzione panale, sia essa per il giornalista che per il pubblico ufficiale, per la violazione del segreto. Certo, non dispiacerebbe che l’obbligatorietà dell’azione penale riguardasse anche i pubblici ufficiali, che in maeria d’intercettazioni violano l’art. 326 del codice penale: si tratterebbe di un segno di distanza, della magistratura inquirente, da tale malcostume penalmente rilevante, certamente apprezzabile, anche perché di fatto molto raro.

Ma ciò di cui la politica dovrebbe farsi carico è altro, vale a dire recuperare, se del caso facendo proprio un rigore lessicale ancora più forte, gli originari presupposti di ammissibilità delle intercettazioni in termini di invincibile, assoluta eccezionalità.

Le intercettazioni diminuirebbero di numero e il brodo di coltura del malcostume delle pubblicazioni illecite verrebbe prosciugato all’origine. Ma soprattutto ne uscirebbero recuperata l’autorevolezza della politica e al contegno rinforzato lo stato di diritto; il messaggio sarebbe chiaro: sulla tutela della libertà individuale, fuori dall’assoluta necessità, non ci può essere spazio per la transazione e il compromesso.

 

Avv. Fabio Pinelli, Lettera firmata, 7 giugno 2017

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