Ercole Incalza assolto 15 volte

Incalza: io assolto quindici volte. La giustizia lenta blocca il Paese

Roma. Ercole Incalza, ex grande manager di Stato e potentissimo dirigente per più di quarant’anni, prima alla Cassa del Mezzogiorno, poi alle Opere Pubbliche e infine ai Trasporti, ha lavorato per ministri di destra, di sinistra e tecnici: da Lunardi che lo chiamò nel 2001, a Matteoli, fino a Passera nel governo Monti e a Maurizio Lupi con premier Enrico Letta quando venne travolto dall’inchiesta sulle Grandi Opere di Firenze che lo portò alle dimissioni, all’arresto in carcere e al divieto di svolgere la professione. Le accuse sono gravi: associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e all’abuso di ufficio perché, secondo la procura toscana, si sarebbe prodigato al fine di bypassare vincoli e autorizzazioni paesaggistiche. Come conferma il suo legale Titta Madia, Incalza, attualmente indagato, rischia di affrontare a 70 anni il sedicesimo processo della sua vita. A marzo 2015 ha varcato la soglia del carcere di Regina Coeli.

Le accuse, ingegner Incalza, sono pesanti. Forse le più pesanti della sua vita.
«È l’inchiesta Grandi Opere di Firenze che è partita dall’indagine sulla Tav per la quale sono stato prosciolto. In cambio di danaro avrei favorito l’assegnazione di una direzione dei lavori a un ingegnere».I pm sostengono che abbia pagato tangenti.«I soldi però non sono stati mai trovati, hanno controllato tutto di me con una tac investigativa ultra-tridimensionale».
Più volte ha sostenuto che ci si difende nel processo e non dal processo.
«Sì, ho avuto sempre fiducia nella magistratura. L’unico rancore che serbo è per un arresto ingiusto che ho dovuto subire, oltre a quindici processi culminati in quindici assoluzioni. Il carcere potevano risparmiarmelo, non c’era pericolo di fuga: ho oltre settantanni, non potevo inquinare alcuna prova. Ma alle cinque del mattino di un giorno di marzo dello scorso anno ho dovuto aprire ai carabinieri. Destinazione Regina Coeli, per diciannove giorni».
La corruzione, sostengono non solo i magistrati, è sempre più diffusa ed estesa. Dove, secondo lei, si annida di più e perché?
«Nelle leggi dove troppi vincoli affidano poteri discrezionali a una singola persona. Spesso è proprio l’eccesso di burocrazia, accanto alla mancanza di controlli, a favorire la corruzione».
Il nuovo presidente dell’Anm Piercamillo Davigo sostiene che in questi ultimi anni si è aperta una nuova Tangentopoli e che oggi, rispetto al ’92, è anche peggio. Concorda?
«Rispetto al 1992 c’è un Paese in stagnazione economica profonda senza più cultura industriale, in cui prevale la paura di finire in galera. La paura di fare qualcosa per non finire impelagati in inchieste giudiziarie».
Quindi, secondo lei, l’eccesso di burocrazia e la paura di finire sotto inchiesta sono una delle cause del blocco del Paese?
«Certo, se non avessimo avuto lo spirito del fare tra il 2008 e il 2014 non avremmo cantierato opere per 74 miliardi di investimento con opere decisive per lo sviluppo del Paese. Se oggi l’Italia può beneficiare dell’alta velocità posso dire che c’è anche la mia firma insieme a quella dell’indimenticato Lorenzo Necci. Trent’anni fa, con il ministro dei Trasporti dell’epoca, Claudio Signorile, varammo il piano nazionale dei trasporti che resta un’opera di fondamentale importanza nella vita del Paese. Quando si programmava…».
Alcuni magistrati sono arrivati a proporre l’agente provocatore che determina il reato e poi denuncia. Potrebbe risolvere qualcosa rispetto al classico infiltrato che scopre il reato in corso e poi lo denuncia?
«Siamo di fronte a figure chiaramente repressive del fenomeno corruzione. Ma non bastano di fronte ad una sostanziale disaffezione dei manager pubblici rispetto alla cultura del fare, del crescere, come avvenne negli anni della ricostruzione e del miracolo economico. Oggi la disaffezione può aggiungersi alla paura della firma su un provvedimento, perché il minimo che può esserti addebitato è un’accusa di abuso di ufficio o omissione di atti di ufficio. Se non addirittura di associazione a delinquere».
Non si può negare però che c’è una fetta di imprenditoria criminale che aspetta le opere per attuare disegni corruttivi.
«Si puniscano severamente, con prove e processi e non solo con avvisi di garanzia. Su questo ha ragione Renzi. Spesso il moralismo a buon mercato corrode perfino le più nobili intenzioni di impegno civile serio per far crescere il Paese. Tutti in galera? È la depressione civile di un Paese».
Lei ha subito 15 processi che si sono conclusi con altrettante assoluzioni. Che cosa le ha insegnato?
«Che la giustizia quando è lenta diventa ingiustizia. Le faccio un esempio che mi riguarda: la Tav Roma-Napoli. Eravamo nel 2004 e una signora di Frosinone che abitava vicino la linea dell’alta velocità ci denunciò per un presunto danno fisico provocato dalle onde elettromagnetiche che riteneva investissero la sua abitazione. Disse che aveva sempre mal di testa. Scattò l’avviso di garanzia per lesioni gravi. II processo fu celebrato cinque anni dopo, con la preoccupazione che se la signora fosse morta anche per cause naturali ci avrebbero addebitato un omicidio colposo. Poi, per fortuna, fummo assolti».
Torniamo all’ultimo arresto. Cosa ricorda di quei giorni?
«L’affetto dei detenuti, quello del mio avvocato Titta Madia che veniva a trovarmi ogni giorno, la consolazione della mia innocenza, il ricordo dei miei successi professionali a servizio dello sviluppo del Paese». Come trascorreva le giornate a Regina Coeli?«Con la cadenza della giornata in carcere che non passa mai, soprattutto quando sei convinto della tua innocenza. In quei giorni alcuni parlamentari visitarono i detenuti di Mafia Capitale, come è giusto che sia per il potere ispettivo assegnato loro per verificare le condizioni dei carcerati».
Chi venne da lei?
«Nessuno».

Antonio Manzo, il Mattino, 10 maggio 2016

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