Giustizia, l’intervista a Veronesi: “Qui la regola è intercettare tutti: avranno intercettato pure me”

Ecco alcune riflessioni di Umberto Veronesi in materia di giustizia. Le intercettazioni? Invasione della privacy. La carcerazione preventiva? Tortura mascherata.
Ne parla nel libro firmato a quattro mani con la nostra presidente Annalisa Chirico.

Fra le storture della giustizia italiana c’è l’abuso delle intercettazioni telefoniche. Gli ultimi dati disponibili forniti dal ministero della Giustizia risalgono al 2012. Nel nostro paese si fanno circa il doppio delle intercettazioni rispetto a Francia, Germania e Regno Unito messi insieme. In particolare, nel 2012 in Italia sono state autorizzate 124.713 intercettazioni telefoniche. Nello stesso anno in Francia ne sono state autorizzate 41.145, in Germania 23.678 e nel Regno Unito appena 3.372.

Il dato è ancora più allarmante se si considera che in Italia vivono sessanta milioni di persone, mentre negli altri tre paesi, dove le intercettazioni sono dimezzate, abitano circa duecentodieci milioni di persone. L’abuso delle intercettazioni è un male italiano, io sono sempre stato contrario. La regola in Italia è intercettare tutti, avranno intercettato pure me sebbene io non l’abbia mai saputo. In un paese dove tutti sono intercettati non esiste più la libertà di comunicare. È un paese che ha ceduto da tempo allo Stato di polizia. Intercettare è, per principio, un errore come aprire la corrispondenza privata di un’altra persona. Si dice che origliare le comunicazioni altrui favorirebbe la «trasparenza». Ma a quale costo? Possiamo forse rinunciare alla nostra privacy per diventare tutti protagonisti e vittime di un Grande Fratello orwelliano? La lotta alla criminalità va condotta con altri strumenti. Non è vero che le inchieste non possano mai fare a meno delle intercettazioni. Forse in Francia o in Inghilterra le indagini sono meno efficaci che in Italia? Le intercettazioni spesso danno luogo a fraintendimenti e a errori macroscopici. In ogni caso, in uno Stato di diritto il potere, di qualsiasi natura esso sia, deve essere limitato. Il cittadino non è un suddito. Se non si pongono dei vincoli all’uso delle intercettazioni, se passa l’idea che tutto è lecito in nome della lotta al crimine, in un futuro non troppo lontano ti apriranno le buste delle lettere e non potrai neanche ribellarti.

Ormai le intercettazioni sono uno strumento di sputtanamento prima ancora che di indagine.

Il vero problema è che raramente le intercettazioni rimangono segrete, di solito finiscono rapidamente sui quotidiani. L’errore principale che la magistratura commette è che si limita a giudicare senza capire. Non basta fermare la propria analisi all’azione commessa, alla sua esteriorità, senza un’indagine approfondita anche di carattere psicologico sui moventi di un dato comportamento. Un povero cristo che ruba una mela non è come un ricco finanziere che truffa i soci per milioni di dollari.

Stavolta non sono d’accordo con te. La magistratura valuta anche gli aspetti di contesto, ma poi deve applicare il codice penale, non quello morale.

Se i giudici fossero più indagatori, la qualità del nostro sistema giudiziario migliorerebbe. Oggi invece prevale una concezione vendicativa della giustizia penale: occhio per occhio, dente per dente. Il che contrasta, peraltro, con il messaggio cristiano insito nel Vangelo.

Capisco il tuo punto di vista, ma un marito che uccide la moglie e adduce ottime ragioni per essersi liberato di una persona che gli rovinava la vita non può pretendere dalla giustizia un trattamento più comprensivo.

Invece è importante andare a fondo e comprendere le ragioni di ogni gesto.

Prendi una china pericolosa…

Diciamola tutta. Le carceri andrebbero chiuse e trasformate in scuole dove le persone in regime di semilibertà possano imparare a non commettere gli stessi errori. La Norvegia sperimenta da alcuni anni un sistema carcerario più umano che la stampa internazionale ha bollato, in modo demagogico, come «prigione a cinque stelle». Va detto che in Norvegia non esistono la pena di morte né l’ergastolo: la pena massima per qualsiasi crimine è ventuno anni di detenzione. Anders Breivik, l’autore della strage di Utoya e Oslo, in cui morirono complessivamente settantasette persone nell’estate del 2011, sta scontando una condanna a ventuno anni di carcere. «Meglio fuori che dentro» è il motto non ufficiale dell’autorità penitenziaria norvegese, che persegue l’obiettivo primario di reintegrare socialmente i detenuti tornati in libertà.


Tratto da “Confessioni di un anticonformista. Storia della mia vita”, Umberto Veronesi, Annalisa Chirico, Marsilio Editori, 2015

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