Giustizia troppo vecchia. Stefano Zurlo, Il Giornale, 29/03/2016

Giustizia troppo vecchia. Ci vuole un Erasmus per svegliare i pm

Da buon imprenditore non si perde in preamboli, ma va dritto al punto: «Ci vorrebbe un Erasmus dei giudici. Prima i nostri ragazzi stavano chiusi nelle loro università, poi finalmente hanno scoperto l’Europa.

Ora ci vorrebbe una scossa analoga per i nostri magistrati che se ne stanno rintanati dietro le loro scrivanie». Chi l’avrebbe mai detto: Mario Preve, presidente del gruppo Riso Gallo, era seduto martedì alla tavola apparecchiata a Villa Taverna dall’ambasciatore americano John R. Phillips. Si discuteva di giustizia, della giustizia che non funziona e che blocca lo sviluppo della calamita Italia. C’erano, fra gli altri, l’ex ministro Paola Severino e l’evergreen Edward Luttwak, ma al loro fianco si notava anche lui, il solitamente defilato signore del chicco made in Italy. Alla testa di un gruppo che fattura 120 milioni di euro ed è leader di mercato con una quota del 24 per cento.

«Certo, la giustizia non è il mio campo e io non sono un tecnico del diritto, ma con questo sistema giudiziario malandato e malfunzionante devo fare i conti tutti i giorni». Così Preve ha deciso di uscire dal suo riserbo e di partecipare alla colazione e al varo del movimento Fino a prova contraria (Until proven guilty) lanciato in quel contesto dalla giornalista e scrittrice Annalisa Chirico.

«Io sono per la concorrenza, la concorrenza è tutto per noi, ma poi il nostro lavoro viene rallentato dalla giustizia che non arriva, dalla burocrazia che ci soffoca, dal fisco che è una foresta impenetrabile. E allora ho deciso di impegnarmi anch’io, per quel poco che posso fare, dando il mio contributo alla nascita di Fino a prova contraria».

Il progetto di Annalisa Chirico è ambizioso: fare pressione sulla classe politica perché ricostruisca un edificio che non sta in piedi: i diritti vengono calpestati, la carcerazione preventiva viene inflitta in dosi massicce, le sentenze arrivano tardi, spesso fuori tempo massimo e le multinazionali stanno alla larga da un Paese che non garantisce quello che promette.

È proprio questo il capitolo che più sta a cuore a Preve: «I nostri giudici non capiscono che anche loro sono in concorrenza con i loro colleghi di Francia, Germania, Gran Bretagna. Per questo penso che l’Erasmus, geniale per allargare le teste dei nostri figli, debba essere replicato per la magistratura. Per quelle toghe che non hanno mai messo il naso fuori di casa. Così il sistema verrebbe svecchiato e diventerebbe più rapido ed efficiente, finalmente al passo con l’Europa che corre e con il mondo più progredito».

A Villa Taverna circolava un dato: l’Italia è solo ottava nella classifica degli investimenti americani in Europa e questo a causa di un sistema giudiziario ritenuto non affidabile. Se la giustizia funzionasse a dovere, il nostro Paese attirerebbe i capitali americani, risalendo fino alla seconda o alla terza posizione. Non è un problema di ideologia ma di mentalità. «È la mentalità la nostra palla al piede, qualcosa sul piano legislativo sta cambiando ma quel che conta è il modo di ragionare dei nostri magistrati. E poi a cascata dei burocrati, dei dipendenti dello Stato, dei funzionari del fisco. Un compito immane». E Preve sorride: «Io ormai da molti anni vivo a Lugano e ho ceduto le responsabilità operative ai miei figli, la sesta generazione di una storia cominciata nel 1856 e che quest’anno sarà celebrata anche con l’emissione di un francobollo speciale. Ma vede, il confronto con gli altri paesi è sempre impietoso, umiliante, mortificante. Mi ricordo quando all’anagrafe di Lugano si è posto il problema del nome del mio primo figlio che è nato in Argentina: le autorità elvetiche mi hanno detto che potevamo scegliere Carlos o Carlo senza S. Tutto bene, ma quando Carlo è arrivato all’università a Milano il dramma è esploso. Gli italiani sostenevano che si trattava di due persone diverse: Carlos e Carlo. Un manicomio. Dobbiamo uscire da questo labirinto e allora ben venga la lobby della giustizia. Altrimenti l’Italia è condannata ad andare indietro».

 

Stefano Zurlo, Il Giornale, 29/03/2016

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