Giustizia, il referendum ha sepolto la riforma

Carceri sovraffollate, tribunali con poco personale, accorpamento degli uffici: tutto bloccato in attesa del referendum. E Renzi e Orlando sono ai ferri corti.

«Il referendum ha monopolizzato il dibattito, come se la Giustizia non fosse la vera urgenza del Paese».
Annalisa Chirico, del movimento ”Fino a prova contraria”, non usa mezzi termini nel giudicare la situazione di stallo della riforma della Giustizia in Italia. I problemi che il ministro di Grazia e Giustizia Andrea Orlando aveva annunciato di risolvere sono ancora lì tutti sulla carta.
Il sovraffollamento delle carceri, la carenza di organico nei tribunali, l’accorpamento degli uffici giudiziari, la riforma del codice penale: è tutto fermo in attesa del 4 dicembre 2016.

SOLO QUALCHE SLOGAN. Da sette mesi mesi si sono conclusi gli ”Stati generali dell’esecuzione penale”, ma tutto si è mescolato con il disegno di legge sul processo, tra prescrizione e intercettazioni, come ha ricordato Luigi Ferrarella sul Corriere della sera.
«Sarebbe importante andare oltre i ‘gesti simbolici’», ha scritto il giudiziarista criticando la visita di Renzi nel carcere di Padova il 28 ottobre. Perché a parte qualche slogan nulla si muove.

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I dati sulle migliaia di detenuti nelle carceri italiane e i tassi di affollamento.

Il sistema giudiziario come freno per gli investimenti stranieri

In molti si augurano di poter fare passi avanti, ma in realtà in pochi, soprattutto tra gli addetti ai lavori, si espongono, appesi alla stabilità politica dell’esecutivo dopo il passaggio referendario.
«Io voto ”Sì”», spiega Chirico, «perché è una buona riforma: perfettibile, ma buona. E un sistema legislativo più snello ed efficiente aiuterà le riforme a partire da quella della Giustizia».
Ma non c’è solo questo dietro ai tentativi di risolvere l’annoso problema della Giustizia in Italia.
«Ci rendiamo conto che le banche estere ci dicono che dopo la Brexit si trasferirebbero a Milano se non fosse per la qualità del nostro sistema giudiziario?», aggiunge l’ideatrice di ”Fino a prova contraria”.

SCONTRO TRA RENZI E ORLANDO. Ma sullo sfondo di questo impasse cova lo scontro tra l’Associazione nazionale dei magistrati (Anm) di Piercamillo Davigo e il premier Matteo Renzi.
Come pure una certa tensione tra lo stesso Renzi e Orlando. Si mormora che il ministro della Giustizia potrebbe essere un candidato alla segreteria del Partito democratico.
Sono voci che però raccontano bene cosa covi sotto le ceneri della riforma. Come quelle che circolano intorno a Davigo, silenzioso dalla fine di ottobre, dopo l’incontro con il presidente del Consiglio e da cui a quanto pare avrebbe ricevuto rassicurazioni sulla proroga dei pensionamenti per gli organi direttivi, come già fatto per la Corte di Cassazione e il Consiglio di Stato.
Per saperlo però bisogna aspettare l’esito del referendum.

Monta la protesta nei tribunali. Anche a Firenze

Allo stesso tempo, mentre solo papa Francesco e i Radicali continuano le loro battaglie su argomenti considerati scomodi dalla politica tradizionale, la situazione è sempre più preoccupante. Un po’ dappertutto si levano voci di proteste sullo stato dei tribunali o appunto delle carceri.
E fa impressione che a lamentarsi tra i magistrati ci sia per esempio il presidente del tribunale di Firenze, città del presidente del Consiglio.
Marilena Rizzo lo ha detto chiaro e tondo durante un convegno organizzato proprio da ”Fino a prova contraria”.
«Il 70% dei procedimenti che pesano sul tribunale sono ricorsi di immigrati cui è stato negato status di rifugiato politico. Per la legge italiana hanno diritto di ricorrere e di restare fino a sentenza di primo grado in Italia a spese dello Stato».

MOLE DI LAVORO INSOSTENIBILE. Il problema si ripercuote su diversi tribunali, ma pure sulla vita sociale delle nostre città come sui centri di accoglienza.
Perché l’emergenza immigrazione non sta facendo che aumentare la mole di lavoro.
«I problemi sono di sicurezza pubblica nonché economici come di compromissione dei diritti, anche perché devono stare nei centri di accoglienza», ha spiegato la Rizzo.
«Abbiamo una mole di lavoro considerevole che non era prevedibile».
I numeri parlano chiaro. Solo al tribunale di Firenze sono stati presentati nel 2013 200 ricorsi, nel 2014 ce ne sono stati 490, nel 2015 sono diventati 1.034, dal primo gennaio a settembre 1.606.

CARENZA DI PERSONALE. «C’è una carenza di personale amministrativo, qui siamo di fronte a un problema di collettività. Noi magistrati non possiamo restare con il cerino in mano».
Anche qui è tutto fermo. La proposta di Orlando di riformare il processo civile con l’eliminazione del grado di Appello per chi ha ricevuto un diniego dell’asilo in primo grado giace congelata.
Dopo che già Open Migration aveva mosso delle critiche.

L’allarme di Greco per Milano caduto nel vuoto

I problemi proseguono un po’ dappertutto. In Abruzzo l’accorpamento dei tribunali è bloccato.
Ma a soffrire per carenza di organico è pure una procura come quella di Milano dove il capo Francesco Greco lanciò l’allarme alla fine di agosto.
«Rischio paralisi», spiegò: un monito rimasto sulla carta, raccolto nei primi giorni dal governo ma poi subito superato dai problemi e dal dibattito sul referendum.
Non solo. A gravare c’è poi l’istituto della prescrizione con tribunali che si muovono a macchia di leopardo.

I DETENUTI TORNANO A SALIRE. Infine, la situazione più preoccupante: quella delle carceri.
Certo, i 67 mila carcerati del 2011 sono un ricordo lontano, ma a inizio 2016 i numeri sono tornati a salire.
I dati del ministero di Grazia e Giustizia parlano chiaro. Al 31 ottobre su una capienza regolamentare di 50 mila unità il sovraffollamento è superiore alle 4 mila persone, con casi preoccupanti come quello della Lombardia dove su una capienza di 6.120 persone sono presenti quasi 8 mila detenuti.
E come ogni anno si calcolano i suicidi, 33 da gennaio, contro i 43 di tutto il 2015.

CARCERI TROPPO STIPATE. L’associazione Openpolis ha diramato un dossier che spiega bene il punto della situazione.
«Dalle amnistie della Prima Repubblica, passando per indultini e svuota-carceri, fino ai provvedimenti più recenti per riportare a livelli accettabili il numero di detenuti nelle strutture, la situazione è migliorata, ma restano alcuni punti critici: circa 2/3 delle carceri sono troppo stipate».
E si spiega: «Ha contribuito alla riduzione della popolazione carceraria la sentenza della Corte costituzionale che nel febbraio del 2014 ha dichiarato l’incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi sugli stupefacenti. La sentenza ha ripristinato la precedente normativa, più favorevole per i condannati, che hanno potuto usufruire di un ricalcolo delle pene».
Un aiuto è arrivato pure dalla legge Torreggiani come dall’estensione degli arresti domiciliari per le pene fino a tre anni.
Ma resta evidente che i problemi e i nodi da sciogliere sono ancora tutti sul tappeto. Dopo il referendum cambierà qualcosa? O saremo di fronte alla solita riforma tampone prima delle prossime elezioni politiche?

Alessandro Da Rold, www.lettera43.it, 15 novembre 2016

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