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Eternit, solo in Italia processo penale per l’amianto. E per le vittime nessun diritto al risarcimento

L’immagine dell’Italia che il processo Eternit ha restituito al mondo intero è deplorevole: un paese con una giustizia impazzita, che perseguita l’investitore straniero in nome del pregiudizio turboambientalista, che usa la clava del penale anche laddove nel resto del mondo ci si affida al civile, che spreca denaro pubblico in un processo nato morto e che non riesce, alla fine, a dare alcuna effettiva tutela ai parenti delle vittime. Si chiama ‘asbestos crisis’, è il problema dell’amianto (asbestos, in inglese) ampiamente impiegato in numerosi stabilimenti in giro per il mondo quando ancora non si conoscevano i suoi effetti nocivi per la salute umana. La ‘crisi da amianto’ si è verificata in oltre 40 paesi ma soltanto in Italia ha dato vita a un lungo e costoso processo penale che non ha portato a nulla.

Nel 2001 la procura di Torino apre un’indagine sulle morti da esposizione all’amianto di ex dipendenti di Eternit Italia e di cittadini abitanti nelle vicinanze degli stabilimenti. Ben presto l’indagine s’indirizza nei confronti dell’azionista svizzero Stephan Schmidheiny a carico del quale è elevata l’imputazione di disastro doloso e omissione aggravata di misure di sicurezza. Schmidheiny è stato al vertice di un gruppo presente in 23 paesi con oltre quaranta stabilimenti e non ha mai avuto alcun coinvolgimento nella gestione degli stabilimenti italiani. Il giudizio di primo grado si conclude nel 2012 con una condanna a 16 anni di reclusione, a nulla vale la prova che negli anni in cui Schmidheiny ha avuto la responsabilità al vertice del gruppo  (1976-1986) le società italiane non solo non hanno erogato alcun utile alla controllante svizzera, ma ne hanno ricevuto risorse per oltre 75 miliardi di lire, da destinare appunto in larga parte alle misure di sicurezza. La Corte di appello di Torino, pur cambiando completamente la motivazione rispetto al primo grado, afferma ugualmente la responsabilità di Schmidheiny condannandolo nel 2013 a 18 anni di reclusione. Ma ecco il colpo di scena: dopo 14 anni di inchieste e processo, nel 2015 la Corte di Cassazione dichiara che il reato doveva ritenersi estinto per prescrizione già prima dell’inizio del processo. Il processo non sarebbe dovuto neppure iniziare.

Ora, la prima domanda che uno si pone è: quale ristoro per le vittime? Dopo 14 anni di inchieste e processi, a spese dei contribuenti, con la prescrizione maturata già prima del rinvio a giudizio, con una sentenza inequivocabile e inappellabile (il processo non doveva neppure iniziare)…quale ristoro per le vittime?

Come se non bastasse, dopo la sentenza della Cassazione, la Procura di Torino ha avviato un nuovo procedimento sui medesimi fatti. Questa volta però ha cambiato l’imputazione: Schmidheiny è accusato di omicidio volontario. Si apre un nuovo round, la difesa ha eccepito la violazione del principio ne bis in idem (non si può processare una persona due volte per i medesimi fatti). Sarà la Corte costituzionale a pronunciarsi a fine maggio.

Quale ristoro per le vittime? Per il processo, che non doveva neppure iniziare, non avrebbero diritto ad alcun risarcimento. Ciononostante hanno trovato ristoro nello spirito umanitario dello svizzero Schmidheiny, che oggi di anni ne ha 68 e che nel processo d’appello si è visto paragonare dal giudice ad Adolf Hitler. Schmidheiny ha deciso spontaneamente, su base volontaria, di ‘indennizzare’ i familiari delle vittime. Ad oggi la procedura d’indennizzo è stata completata per circa 1500 posizioni. Avendo ogni vittima diversi eredi, sono migliaia le persone già indennizzate per un totale di 50 milioni di euro elargiti.

 

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