fino a prova contraria

Giuseppe Gulotta, 22 anni in carcere da innocente

Aderisco a Fino a prova contraria perché nessuno dovrebbe essere trattato da presunto colpevole. A me è successo, mi hanno tolto la vita. Soltanto così, impegnandomi per far conoscere quello che mi è accaduto e che non dovrebbe mai accadere, il mio dramma non sarà passato invano.

Giuseppe Gulotta ha trascorso 22 dei suoi 58 anni in carcere per un reato che non ha mai commesso. E’ il più grave errore giudiziario della storia italiana.

Il 27 gennaio 1976 due carabinieri vengono trucidati mentre dormono nella caserma di Alcamo Marina. Giuseppe ha poco più di diciotto anni, lavora come muratore e ignora quanto gli accadrà di lì a poco. Uno dei principali indiziati per l’omicidio fa il suo nome. Giuseppe è posto in stato di fermo e, in assenza di un avvocato, viene sottoposto a torture e sevizie al punto da confessare un reato che non ha mai commesso. Quando giunge finalmente davanti al magistrato, il muratore siciliano ritratta ma è troppo tardi. Nessuno gli crede. La condanna all’ergastolo è datata 1990. Ventidue anni dopo, il 13 febbraio 2012, Giuseppe, assistito dai legali Pardo Cellini e Baldassare Lauria, è assolto con formula piena. La strage di Alcamo è tuttora un mistero irrisolto: anni di indagini e processi hanno fallito l’obiettivo di assicurare alla giustizia i colpevoli.

Il mio calvario è iniziato quarant’anni fa. Adesso chiedo semplicemente la libertà di vivere la mia vita’   

Attualmente Giuseppe Gulotta vive a Certaldo in provincia di Firenze. Uscito dal carcere, sposa Michela, la donna che l’ha aspettato per una vita intera. Nessuno gli ha chiesto scusa.

Da quattro anni Giuseppe attende la decisione della Corte d’appello di Reggio Calabria in merito alla richiesta di indennizzo per l’ingiusta detenzione subìta. Ha incontrato papa Francesco: ‘Un segno del destino’ perché, spiega, ‘Francesco è il primo uomo delle istituzioni che accoglie nella sua casa un ex ergastolano come me, anche se innocente. Se questo non è un miracolo, ditemi voi cos’è’.

Giuseppe vive della carità del parroco del paese, di qualche lavoretto saltuario e di un credito bancario ‘scoperto’. ‘Non sapendo come andare avanti – racconta – sono andato alla Banca di Cambiano e ho chiesto un prestito pur non avendo alcuna garanzia da offrire. Se non la speranza che un giorno, non so quando, con il risarcimento per i 22 anni di carcere potrò ripagare la cifra che il direttore della filiale mi ha concesso’.

La voce di Giuseppe è sorprendentemente pacifica. Non tradisce un filo di rabbia.

Io non provo rancore per nessuno. Ora restituitemi la vita’.

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