Se Davigo sa dei reati e non denuncia

Piercamillo Davigo, il magistrato giustiziere, in una lunga intervista concessa al Fatto Quotidiano bolla come «pessima stampa» e «giornalacci» i giornali – cioè noi – che lo hanno criticato per le sue posizioni integraliste, compresa quella per cui «un imputato assolto non è innocente ma un colpevole che l’ha fatta franca» e che gli «errori giudiziari non esistono».

Se leggesse più spesso certi «giornalacci», Davigo prenderebbe coscienza di quante persone, famiglie e aziende sono state rovinate, quante reputazioni sono state distrutte e patrimoni azzerati da abbagli di suoi colleghi, convinti come lui di essere degli dei. E leggerebbe storie di casi psichiatrici, di miserie umane e professionali che vedono coinvolti magistrati ai quali, ciò nonostante e a differenza di quanto accade in altre categorie, viene permesso di rimanere in servizio come se nulla fosse. Niente, a Davigo la libera stampa e le opinioni contrarie alle sue fanno schifo. La parola «giornalacci» ricorda il fascismo in modo molto più pericoloso di quelle («ordine e disciplina») affisse nel suo stabilimento di Chioggia dal bagnino nostalgico. Con la differenza che uno (il bagnino) è indagato, l’altro (Davigo) è un possibile candidato premier dei grillini.

Detto ciò, questo «giornalaccio» avrebbe qualche domanda da fare a Davigo che riguarda il passaggio della stessa intervista a Il Fatto in cui lui si lamenta di «nomine lottizzate, poco trasparenti, senza criteri e incomprensibili di magistrati da parte del Csm». Che ne sappia, nella pubblica amministrazione questo sospetto costituisce un indizio di reato sufficiente ad aprire una inchiesta, come è capitato ad esempio per le nomine fatte dal sindaco di Roma Virginia Raggi. E allora domanderei a Davigo: come mai non è corso in procura a denunciare queste gravi «opacità»? Perché da magistrato a conoscenza di una possibile notizia di reato non applica «l’obbligatorietà dell’azione penale» invocata in altri campi? Perché l’azione giudiziaria a tutela del rigore morale e procedurale (la famosa trasparenza) esercitata nei confronti della classe politica e delle sue lobby i giudici non la applicano su se stessi?

Insomma, ci può spiegare, dottor Davigo, perché i suoi colleghi possono fare nomine opache e noi tutti no, altrimenti ci arrestate? Mi perdoni, ma i «giornalacci» servono anche a fare queste domande e a pensare che se lei non passa dalle parole ai fatti in realtà è complice (moralmente e penalmente) dello schifo che finge di denunciare.

Alessandro Sallusti, Il Giornale, 17 luglio 2017

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