Davigo, nessun magistrato in politica. Tranne uno.

Davigo è uno di noi. L’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati si oppone alla promozione di un magistrato, ex parlamentare di centrosinistra, già ministro della Giustizia ombra nel Pd a guida veltroniana, a presidente del tribunale di Pordenone. Davigo si oppone al punto da abbandonare per protesta, con la sua corrente, la giunta del sindacato delle toghe. ‘Avevamo chiesto di non designare a funzioni giurisdizionali chi è stato eletto’, ha scandito l’ex toga di Mani pulite.

Parole sacrosante, basta ambiguità: il magistrato che entra nell’agone politico non potrà più indossare la toga per processare i cittadini. Nello stesso istante in cui si invoca la necessità di sbarrare le porte girevoli tra politica e magistratura, viene in mente un altro profilo che si staglia all’orizzonte di un cortocircuito tutto italiano. E sul quale Davigo, misteriosamente, tace. Se infatti desta scandalo il magistrato già parlamentare che pretende di presiedere un tribunale, che cosa dire di un pm in servizio, fresco di promozione alla Direzione nazionale antimafia, contemporaneamente impegnato in un processo palermitano ipermediatico (trattativa, do you remember?), e che, tra un’indagine e l’altra, si comporta da ministro in pectore?

Lui si chiama Antonino Di Matteo, già sodale e collega di Antonio Ingroia, secondo un identico copione prosegue nella inarrestabile marcia di avvicinamento alla politica. Pochi giorni fa a La Stampa ha dichiarato: ‘Non sono pregiudizialmente contrario all’impegno di un magistrato in politica, soprattutto se questo significasse la naturale prosecuzione del lavoro svolto con la toga addosso’. Brivido. Il sol fatto che un pm adombri l’ipotesi che l’attività nei ranghi della magistratura possa essere, in qualche misura, ‘propedeutica’ all’impegno politico spiega bene come certi magistrati militanti si sentano investiti di una missione moralizzatrice e pedagogica. Alla faccia della separazione dei poteri.

Viene in mente la parabola di un altro pm che non vuol sentir parlare di dimissioni, da tempo impegnato in politica, attualmente presidente di una importante regione del Sud Italia, che prima indagò su Massimo D’Alema e poi si candidò sindaco con la sua benedizione. Coincidenze. Sarà pure una casualità che il corteggiamento pentastellato nei confronti di Di Matteo sia diventato sempre più insistente.

Già incoronato nel 2014 da Beppe Grillo ‘uomo dell’anno, esempio di onestà’, tra pochi giorni verrà insignito della cittadinanza onoraria dal sindaco Virginia Raggi in Campidoglio. Lo scorso 31 maggio, nel corso di un convegno pentastellato alla Camera, Di Matteo non ha lesinato apprezzamenti verso il movimento grillino: ‘Il codice etico del M5S rappresenta un segnale di svolta importante e molto positivo. Finalmente contribuisce a distinguere la valutazione di responsabilità politica dalla eventuale responsabilità penale’.

Lo staff conferma gli abboccamenti in corso, mentre Luigi Di Maio si rallegra pubblicamente: ‘La disponibilità di Di Matteo è una buona notizia. Ne siamo contenti’. Applausi a scena aperta. Il matrimonio si farà. Avvisare Davigo.

 

Annalisa Chirico, presidente Fino a prova contraria, Panorama, 20 luglio 2017

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