CENSIS: Giustizia lumaca in Italia, un cittadino su tre rinuncia.

In calo quelli che decidono di intraprendere un’azione legale.

Un cittadino su tre rinuncia ad avviare azioni legali per il riconoscimento di un diritto.

Ci sono anche questi dati, nella 52esima edizione del Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese. L’analisi non tradisce le aspettative sul rituale scenario di declino. La società italiana è un tessuto lacerato, e il servizio giustizia ne è specchio fedele. «Ingiustizia è fatta. Sono 15,6 milioni (pari al 30,7 per cento della popolazione adulta) – scrive il Censis – gli italiani che nell’ultimo biennio hanno rinunciato a intraprendere un’azione giudiziaria volta a far valere un proprio diritto. Si tratta di un comportamento diffuso trasversalmente nella popolazione, ma che si presenta con più intensità nel Sud (37,5 per cento)».

Tra i motivi, al primo posto i costi eccessivi (29,4 per cento), poi la lunghezza dei tempi per un giudizio definitivo (26,5 per cento). Ma non manca la sfiducia nella magistratura e nel funzionamento della giustizia (16,2 per cento). «Evidentemente non è diffusa la consapevolezza degli sforzi che si stanno facendo per migliorare qualità e ed efficienza del nostro sistema giudiziario – afferma il Rapporto – Il 38,2 per cento degli italiani ritiene che nell’ultimo anno la giustizia è peggiorata (nel Sud la quota sale al 41,1 per cento). Solo il 5,7 per cento è convinto invece che la situazione sia migliorata. Il 52,6 per cento ritiene che non ci sono stati cambiamenti. Il risultato è che 7 italiani su 10 pensano che il sistema giudiziario non garantisca pienamente la tutela dei diritti fondamentali dell’individuo (solo il 18,2 per cento ritiene che tali diritti siano assicurati)».

Le Considerazioni generali descrivono la transizione da un’economia dei sistemi a un ecosistema degli attori individuali, verso un appiattimento della società. «Sono diversi anni che questo Rapporto sottolinea come la società italiana – si legge – viva una crisi di spessore e di profondità e come gli italiani siano incapsulati in un Paese pieno di rancore e incerto nel programmare il futuro. Ogni spazio lasciato vuoto dalla dialettica politica è riempito dal risentimento di chi non vede riconosciuto l’impegno, il lavoro, la fatica dell’aver compiuto il proprio compito di resistenza e di adattamento alla crisi». Ad esempio, c’è «l’impresa che ha saputo ristrutturarsi, anche a costo di sacrifici e di tagli occupazionali». Ebbene, «non trova risposte nella modernizzazione degli assetti pubblici, nel fisco, nella giustizia, nelle reti infrastrutturali, nella ricerca». Lo stesso vale per l’operaio, il dirigente, il manovale, il libero professionista o il commerciante. «Hanno atteso, troppo spesso invano, il miglioramento del contesto che – sostiene il Censis – a quegli sforzi dava senso e direzione. Le famiglie e le aziende che si sono sostituite al welfare pubblico hanno sperato in una qualche forma di uscita dalla provvisorietà, ma hanno poi finito per rimanere via via più isolate».

I rischi all’orizzonte? «In un ecosistema di attori , e qui sta la potenza del cambiamento, ciascuno afferma un proprio paniere di diritti e perde senso qualsiasi mobilitazione sociale. Ognuno organizza la propria dimensione sociale fuori dagli schemi consolidati: il lavoro dipende da qualche specializzazione e quindi non ha un padrone, ma tanti committenti; non si opera più dentro le istituzioni per cambiarle, ma ci si mobilita al di fuori».

Al di fuori anche dei tribunali.

 

Gianmaria Roberti, La Città di Salerno, 10 dicembre 2018

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