Il caso Unabomber

Il presunto Unabomber: Mai risarcito dopo 10 anni di gogna

«A dieci anni dalle accuse, non solo non ho mai ricevuto un euro di risarcimento, ma nemmeno una lettera di scuse. Neanche un “scusatemi, ho sbagliato”. Nulla».

Alla cornetta la voce di Elvo Zornitta trema: per lui il processo mediatico subito per il caso unabomber è una ferita ancora aperta. Anche se è stato scagionato definitivamente da ogni sospetto, anche se la Corte di cassazione ha confermato la condanna, nel novembre 2014, al poliziotto Ezio Zernar, il perito balistico accusato di aver manipolato la “prova regina”, il lamierino di ottone rinvenuto nell’ordigno inesploso dentro alla chiesa di Sant’Agnese a Portogruaro nel 2004.

«Mi sono lasciato questa vicenda alle spalle, ma prima di uscirci, il percorso è ancora lungo», confida Zornitta. Ogni ombra è stata scacciata dalla sua persona. Rimane ancora senza un volto, invece, unabomber e senza un colpevole la lunga scia di sangue e orrore che l’ignoto dinamitardo seminò in Veneto e Friuli dal 1993 al 2006, con 28 attentati e ordigni sempre più sofisticati, tanto che si sospettò, infine, che dietro quei congegni vi fosse stata più di una mano.

Fra una ventina di giorni al tribunale civile di Venezia sarà celebrata la prima udienza della causa di risarcimento dei danni intentata da Zornitta contro i due ministeri degli Interni e della Giustizia.

«Abbiamo chiesto – precisa il suo legale di fiducia Maurizio Paniz– un milione e ottocentomila euro per tutti i danni maturati dall’ingegner Zornitta in questi ultimi dieci anni. Ha pagato un prezzo altissimo, personale ed economico. Io non ho chiesto un euro al mio assistito, per non infierire, ma Zornitta ha dovuto sobbarcarsi i costi di tutti gli oneri tecnici, come le perizie, piuttosto articolate. Sua figlia, ora diciannovenne, dorme ancora con la luce accesa per il trauma che ha vissuto».

«Non so quanto i soldi, in ogni caso, possa no ripagarmi di una vita rovinata», osserva Zornitta mentre ricorda gli incubi di allora, il posto di lavoro perso, il dolore della moglie, degli anziani genitori, la sofferenza patita dalla sua bimba, che aveva nove anni nel 2006, quando sulle prime pagine e per strada lo additavano come un mostro: «Mi vergognavo a uscire di casa».

Ricordi che l’ingegnere ha condiviso, ieri mattina, anche nella piazza televisiva di Giancarlo Magalli, per il ciclo dei “I fatti vostri” dedicato ai casi di cronaca ancora insoluti, in compagnia del giornalista Giuseppe Pietrobelli.

Il ricordo peggiore? «Quando, all’uscita dalla chiesa – rievoca Zornitta – una giornalista mi ha fermato e mi ha detto che avevano trovato la “prova regina” contro di me, il famoso lamierino. Ancora una volta, l’ho appreso non da un ente preposto, ma da una giornalista. Uno immagina subito che ci sia un’impronta digitale, una traccia biologica. Invece no, si stava parlando di un test di taglio».

«In certi momenti – ammette ancora Zornitta – ho avuto voglia di farla finita. Ma poi non l’ho fatto, perché siamo tutti bravi a pensare, ma poi c’è chi resta. E mia moglie e mia figlia non avevano colpa di nulla: siamo stati coinvolti, nostro malgrado, in una vicenda più grande di noi».

Dal vortice mediatico al silenzio. «La cosa che mi ferisce di più – spiega Zornitta – è che un indagato sia processato sui giornali, sulla base di fughe di notizie che dovrebbero invece essere riservate.

Nel mio caso, poi, tale situazione si è sommata anche alla falsificazione di una prova, fatto inaudito, poiché generato da un componente delle forze dell’ordine, che sono chiamati a proteggere il cittadino e non a incriminarlo.

Poi, quando sono stato scagionato, sono stati sufficienti quei quattro articoli. Mi hanno messo addosso una maschera, sono stato dipinto in una certa maniera e poi, improvvisamente, è finito tutto, e i giornali e gli inquirenti hanno ricominciato a ignorarmi, nel senso buono del termine, ma senza neanche chiedere scusa. Invece, questo, è un gesto che servirebbe: non si può semplicemente dire, sei capitato nell’ingranaggio, poi sono affari tuoi».

 

Ilaria Purassanta, Messaggero Veneto, 12 febbraio 2016

 

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