Prodi: la giustizia una valle di lacrime

Caso Scazzi, a un anno dalla sentenza mancano ancora le motivazioni

 «È passato un anno e non abbiamo ancora notizia delle motivazioni della sentenza di appello, siamo di fronte a una grave lesione dei diritti della difesa». Il professor Franco Coppi, difensore di Sabrina Misseri, condannata all’ergastolo in secondo grado il 27 luglio del 2015 per la morte della cuginetta Sarah Scazzi, insieme alla madre Cosima, denuncia quello che ritiene «un fatto gravissimo».

«Dopo cinquant’anni di professione ne ho viste di tutti i colori, ma non mi era mai capitato di dover aspettare 11 mesi la motivazione di primo grado e adesso avere passato l’anno senza conoscere le motivazioni del secondo grado».

«Ormai ci stiamo avvicinando al sesto anniversario di carcerazione per queste due donne che hanno diritto ad appellarsi alla corte di Cassazione in tempi rapidi, ma qui siamo molto oltre il ragionevole». Dal caso Misseri al funzionamento della giustizia: «Un mio maestro diceva che l’Italia è la culla del diritto ma che a forza di stare in culla si è addormentata». Un appello al ministro della Giustizia Andrea Orlando: «Fatti di questo genere meritano attenzione e chiarimenti e dato e non concesso che il sovraccarico di lavoro abbia causato questo ritardo bisogna fare in modo che questo non avvenga più perchè non è accettabile sul piano della civiltà del diritto che un imputato assistito dalla presunzione di non colpevolezza debba aspettare tutto questo tempo per sapere perché è stato condannato».

E quello che oltretutto rende drammatica la situazione, fa notare il professor Coppi, «è che l’attesa avviene con le imputate in carcere, due donne incensurate e accusate di un delitto che la stessa sentenza di primo grado definisce d’impeto e dunque pare improbabile una sua reiterazione». «Eppure tutte le nostre istanze per ottenere almeno gli arresti domiciliari sono state respinte. E non dimentichiamo che la corte di Cassazione ha annullato due volte in due sentenze le misure cautelari adottate per mancanza di gravi indizi di colpevolezza».

Un processo quello di Avetrana, tormentato da colpi di scena, testimoni sospettati di false dichiarazioni, giudici popolari ricusati, sognatori, terminato nei due primi gradi di giudizi con condanne pesantissime per le due donne: fine pena mai. E 1630 pagine di motivi in primo grado. «Troppe», sostiene Franco Coppi, «il giudice che è convinto della colpevolezza dell’imputato e di dover infliggere l’ergastolo dovrebbe avere delle idee così chiare e avere in mente dei punti di riferimento così solidi e così lucidi da non avere bisogno di un’enciclopedia per rappresentare le ragioni del suo convincimento». Coppi approfitta del caso Misseri per far notare che oggi in Italia il principio del dubbio pro reo «purtroppo non passa nel cuore di chi lo dovrebbe applicare». «E a volte viene il sospetto che nel dubbio si preferisca condannare piuttosto che assolvere»

Ecco che ancora una volta la vicenda di Avetrana torna a far discutere. Un caso che ha diviso le platee dei salotti televisivi tra innocentisti e colpevolisti. Con testimoni avvocati e periti di parte che impazzavano in tv. Coppi ha preferito il basso profilo convinto che il processo debba svolgersi in aula. Adesso però sull’onda della indignazione per la giustizia che sembra essersi dimenticata della sua assistita, dice la sua: «I giudici popolari vengono estratti a sorte e bisogna ragionare sul fatto che prima di entrare in Assise sono stati sottoposti al bombardamento dei processi mediatici dove ci sono addirittura magistrati che dicono la loro e ipotizzano ipotesi di colpevolezza e di innocenza. E questo è gravissimo».

In tanti si sono stupiti del fatto che Franco Coppi, un principe del Foro, che difende i potenti, abbia deciso di dedicarsi a questa ragazza di Avetrana, accusata di un crimine orrendo, odiata da mezza Italia. Ma lui spiega che si tratta di un caso che lo sta «logorando», «è il processo che sta occupando la mia coscienza e la mia sensibilità giorno e notte, e l’idea di quella ragazza che sta marcendo in carcere, essendo io sicuro della innocenza, perché il processo la dimostra, come dimostra la colpevolezza del padre che peraltro si è confessato come assassino, è un fatto che mi tormenta e l’unica ragione per cui continuo a fare questo mestiere».

Maria Corbi, La Stampa, 29 luglio 2016

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