Se per Caselli l’appello è un’inutile perdita di tempo

La macchina della Giustizia soffre ormai da anni per carenze di organico. Vi è un’insufficienza di personale amministrativo negli uffici giudiziari prossimi ormai al collasso, con inevitabili conseguenze sul buon funzionamento dell’amministrazione della Giustizia. Il lavoro svolto da segretari e cancellieri è fondamentale, ma la situazione è sempre più insostenibile. Che fare allora? La soluzione sembra esser stata trovata da Gian Carlo Caselli, ex magistrato, che, sulle pagine del Fatto Quotidiano, propone di abolire il giudizio d’appello. A prima vista sfugge il nesso tra le due questioni, ma non si tratta di una polemica paradossale atta a destare le coscienze, bensì di una proposta ben argomentata. Secondo Caselli la situazione è ormai catastrofica e necessita di provvedimenti urgenti e straordinari. La proposta del Ministro della Giustizia Orlando, circa l’imminente ingresso di 4.000 unità nel personale ausiliario, sarebbe insufficiente perché richiede tempo e risorse. Da qui, quindi, la conclusione di Caselli di procedere alla soppressione del secondo grado di giudizio, così da dirottare i magistrati ed il personale amministrativo sui procedimenti di primo grado, ovviando alle carenze di organico.

L’intervento ha immediatamente suscitato polemiche ed aperto un dibattito utile ed interessante. Sulle colonne dello stesso Fatto Quotidiano, il Procuratore Capo di Torino Armando Spataro ha criticato la proposta di Caselli, ribadendo il ruolo di garanzia svolto dall’appello contro i possibili errori dei magistrati di primo grado. Parole forti, che dimostrano come quello che spesso viene considerato il comune fronte delle toghe non è così compatto e granitico, ma ricco di voci e sensibilità diverse. Sulle pagine del Dubbio è, invece, comparso un pungente commento del Prof. Spangher, le cui argomentazioni meritano di essere riportate. Innanzitutto, va ricordato come i giudici non amino le impugnazioni, ed in particolare l’appello, perché importano una critica alla sentenza di primo grado e le critiche, si sa, non sono mai ben gradite. L’appello, poi, permette alle parti di delimitare i poteri del giudice e sospende l’esecutività della sentenza. Nulla di cui meravigliarsi, dunque, se l’appello è da sempre oggetto di critiche, di proposte di riforma e di tentativi di limitazioni da parte dei giudici. Salvo dimenticare che quando, con la tanto vituperata legge “Pecorella”, era stato compresso l’appello da parte del PM, si erano levate le voci di sdegno della magistratura. Fu già il fascismo, in un’ottica autoritaria e di infallibilità del diritto statale, a tentare di limitare l’istituto dell’appello. Non ci riuscì il regime, per fortuna, e non ci riuscirà neppure la proposta di Caselli, conclude Spangher, in quanto il secondo grado di giudizio è “qualcosa di insopprimibile, perché legato al senso profondo della giustizia, non potendosi escludere che la sentenza di primo grado sia frutto di errori o sia viziata da invalidità”.

Risulta comunque difficile ribattere ad una proposta talmente inusuale e paradossale, retta da motivazioni ed argomentazioni poco giuridiche e coerenti. Non si può, infatti, sostenere che l’appello sia un lusso che si possono permettere solo gli imputati più facoltosi, in grado di affidarsi a “difese agguerrite e costose”, e che la sua abolizione garantirà i soggetti più deboli. Premesso che, per logica, abolire una garanzia non tutela chi non ha questa garanzia, è semmai vero il contrario: l’appello è di per sé una tutela a favore dei soggetti più deboli che, non potendosi permettere le difese “più agguerrite e costose” (per quanto non convinca affatto questa classificazione), potrebbero incorrere in una condanna ingiusta alla quale potrebbe rimediare il giudice d’appello, senza il quale l’imputato sfortunato resterebbe privo di tutela. Inoltre, se le ragioni principali alla base di tale proposta sono la necessità e l’urgenza di adottare un provvedimento che risolva il problema della carenza di organico, tale rimedio non sarebbe certo l’abolizione dell’appello, che sconterebbe i tempi lunghi dei passaggi parlamentari (a meno che Caselli non invochi un decreto legge) e non potrebbe avere ugualmente effetto immediato, non potendosi far cessare i giudizi d’appello in corso, senza  considerare la complicatissima disciplina intertemporale che ne deriverebbe. Né appare fondato il richiamo comparativo con i sistemi processuali stranieri, che non tiene alcun conto delle profonde differenze e peculiarità che caratterizzano ogni ordinamento giuridico e sulle quali non è necessario neppure dilungarsi.

Resta lo stupore per una proposta così radicale e priva di qualsiasi correlazione logica e giuridica con la problematica che si vorrebbe risolvere. Provocazione inutile, inoltre, perché accende un evitabile dibattito sulla necessità dell’appello, distogliendo l’attenzione dalle reali necessità della Giustizia. Ciò che più preoccupa è la disinvoltura con cui si pensa di poter sopprimere una garanzia dei cittadini dagli errori giudiziari, tutela che fa parte della nostra cultura giuridica. La Giustizia si riforma migliorando le sue criticità, non abolendo le sue strutture portanti e funzionanti. Sarebbe come, per ovviare alla carenza di operai e fondi per la costruzione di una strada, decidere di interrompere i lavori a metà percorso, certo, il viaggio durerebbe di meno ma non raggiungerebbe la meta. L’obiettivo della Giustizia non è avere una sentenza in tempi rapidi, ma arrivare ad una decisione giusta.

Nicola Galati

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