Processo

Le Camere Penali contro la prescrizione più lunga, lettera a Fino a prova contraria

Beniamino Migliucci, presidente dell’Unione Camere Penali, ci scrive in merito alle ragioni dell’astensione degli avvocati indetta nei giorni in cui è in scadenza il termine per la presentazione degli emendamenti al ddl sulla riforma del processo penale.

Il 24, 25 e 26  maggio i Penalisti italiani si astengono dalle udienze in concomitanza con il termine per il deposito degli emendamenti sul disegno di legge che si propone di modificare il codice penale e il codice di rito, intervenendo anche sulla prescrizione. In nome della causa che ci accomuna, vorrei spiegare agli amici di Fino a prova contraria le ragioni che ci hanno portato a questa decisione, certo che possano essere da voi condivise, così come lo è l’idea del giusto processo alla cui realizzazione noi tutti aspiriamo.
La scelta di astenersi in questo momento non è certamente casuale, ma è stata fatta per porre al centro del dibattito sulla giustizia i temi in discussione al Senato, offrendo spunti per una riflessione critica.
Sullo sfondo c’è anche, inevitabilmente, il problema dei rapporti tra politica e magistratura in un periodo contrassegnato da un conflitto aperto dalla magistratura associata che sembra voler affermare, con logica manichea, una supremazia anche etica nei confronti della politica, al fine di condizionarne le scelte in materia di politica giudiziaria, agendo sulla facile leva di una populistica acquisizione di consenso. E così, ad esempio, si vuole diffondere l’idea che se non si allungano i tempi di prescrizione non si vuole davvero sradicare il fenomeno della corruzione e si è, dunque, collusi con i politici corrotti. Una suggestione che deve essere respinta nell’interesse della società e degli equilibri costituzionali che richiedono una politica pronta a difendere le proprie prerogative e la propria indipendenza.

Il progetto di riforma in discussione alle camere, pur con qualche proposta condivisibile, si presenta come asistematico e privo di una complessiva idea fondata su una consapevole ed autonoma analisi valoriale circa i principi fondanti del processo penale. Sulla prescrizione occorre rilevare come la campagna di disinformazione, nata in particolare dopo la sentenza Eternit, abbia determinato prese di posizioni totalmente errate, fondate sulla mancata conoscenza di dati che confermano come il problema debba essere affrontato rendendo ragionevolmente breve il procedimento e non interminabilmente lungo il processo. Se il 60% delle prescrizioni matura nella fase delle indagini vuol dire che c’è la necessità di un controllo serio sulla fase delle indagini, sull’istituto delle proroghe e sui tempi dell’esercizio dell’azione penale, nonché una riflessione sulla sua stessa obbligatorietà.
Anche i dati diffusi di recente dal ministro della giustizia Orlando confermano come il problema della prescrizione sia in realta’ condizionato dal numero dei processi e dalla organizzazione degli uffici giudiziari, indicando così la strada di un intervento razionale che non può che essere quello di una riduzione del primo e di un incremento della seconda con buona pace di chi propone soluzioni irrazionali indotte esclusivamente da una pericolosa suggestione populista. Allungare la prescrizione allungherà infinitamente i tempi del processo, violando la presunzione di innocenza e il diritto alla vita degli imputati, che non possono restare sotto la “spada di Damocle” della pendenza processuale per vent’anni. Infine occorre ricordare un aspetto che troppo spesso sembra sfuggire: allungare la prescrizione servirà solo a spostare il problema nel tempo: i processi, aumentati nella quantità, sedimentati dall’espandersi dei tempi della prescrizione, intaseranno ancor più la macchina processuale, finendo poi con il prescriversi fatalmente fra vent’anni e più. Questo è ciò che accade quando si scambiano i sintomi con la malattia e si curano quelli anzichè questa.

Beniamino Migliucci

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