Fino a prova contraria

Fino a prova contraria, parla Annalisa Chirico

Annalisa Chirico è la presidente dell’associazione politica “Fino a prova contraria”, una sorta di pensatoio, forse di liberali illusi, che spera di potersi contrapporre al pensiero unico giuridico televisivo del “più forca per tutti”. Ne fanno parte anche Edward Luttwak e il magistrato fiorentino, un tempo esponente di Magistratura democratica, Piero Tony, oggi in pensione e prima procuratore capo a Prato, autore del libro “Io non posso tacere” con cui denunciava le nefandezze ideologiche dei magistrati italiani e la loro ambizione di “okkupare” le casematte del potere.

Che cosa è “Fino a prova contraria”? Un think tank di illusi del garantismo?

Non siamo un think tank. “Fino a prova contraria – Until proven guilty” è un movimento politico con un obiettivo preciso: cambiare la giustizia per cambiare l’Italia. Oggi il Paese sembra intrappolato in una palude anti-crescita: una giustizia troppo lenta, una burocrazia asfissiante e un carico fiscale senza eguali. Se la giustizia acquista efficienza e trasparenza, l’Italia ha tutte le potenzialità per scalare le classifiche internazionali sulla competitività. Le faccio un esempio: oggi siamo l’ottavo Paese in Europa per investimenti diretti statunitensi. Con una giustizia riformata saremmo il secondo.

Che obiettivi si pone e quali sono i suoi compiti specifici?

Più efficienza e più trasparenza. L’irresponsabilità di certi magistrati si annida spesso nelle maglie di un sistema poco trasparente. Perché le cause civili più vecchie di tre anni sono il 6 per cento a Torino ed a Marsala e il 40 per cento a Foggia ed a Salerno? A parità di leggi e risorse, persistono enormi differenze nella produttività che dipendono da un unico fattore, quello umano. Come in ogni campo, ci sono professionisti dediti al lavoro e altri lazzaroni (o che passano gran parte del tempo tra convegni e lezioni nelle scuole). È venuto il momento di dirlo. Bisogna sanzionare chi sonnecchia e premiare chi fa meglio degli altri. Del resto, perché dovremmo pretendere la trasparenza solo dalla politica e non dalla magistratura? I magistrati gestiscono, in totale discrezionalità, una serie di nomine per incarichi ausiliari, dai periti ai consulenti ai commissari per i beni sequestrati alla criminalità. Spesso agiscono correttamente, qualche volta subentrano logiche clientelari che non fanno onore alla magistratura. La nostra azione è volta proprio a tutelare l’immagine dell’intera categoria, affinché i cittadini possano fidarsi della magistratura e non averne paura.

Crede che il garantismo possa mai diventare di moda in Italia?

Credo che il garantismo sia il sale di una democrazia liberale. Senza la tutela delle garanzie, c’è solo barbarie giustizialista. Noi ci chiamiamo “Fino a prova contraria”: ognuno è innocente fino a sentenza definitiva.

Piero Tony, esponente di Md ed ex procuratore di Prato nonché autore del noto libro “Io non posso tacere”, ne fa parte, e nella sua presentazione all’interno del vostro sito parla di “rapporto malato tra informazione e magistratura”. Come si sostanzia tale anomalia?

Quello tra giornalisti e tribunali è un rapporto incestuoso. Giornali che diventano gazzettieri delle procure e procure che diventano fonte primigenia di notizie. Lo dice il Garante della privacy che ha bollato questa deformazione come “giornalismo da trascrizione”. Il risultato, tanto più nei casi in cui una persona ricopre incarichi pubblici, è quello che gli americani chiamano “character assassination”: distruggono prima il tuo nome, poi la tua vita.

Si potrebbe dire che tra certi giornalisti e certi pm esiste un vero e proprio conflitto di interessi che poi si sostanzia in una sorta di concorrenza sleale verso altri esponenti delle rispettive categorie? Reciprocamente si danno una mano a fare carriera?

Io non ho mai aspirato a questa “complicità” con i rappresentanti della pubblica accusa. E ho sempre rispettato il segreto istruttorio. Eppure ho seguito diversi processi di rilevanza nazionale (Abu Omar, P4, Thyssen, Eternit, Sollecito, Incalza…) e ho scritto libri di giustizia. Si può fare a meno dell’aiutino del cancelliere, lo garantisco.

Negli anni Settanta le libertà individuali vennero compresse con il pretesto della lotta al terrorismo. Poi di emergenza in emergenza, dalla mafia alla pedofilia, passando per l’omicidio stradale, lo stalking e il femminicidio, siamo arrivati alla scoperta della corruzione, cioè dell’acqua calda. La deriva autoritaria è già in atto?

Non mescolerei insieme temi diversi. La lotta alla corruzione è importante perché attiene al rispetto della legge e ha ricadute dirette sull’economia del Paese. Come insegna l’esperienza anglosassone, la corruzione si combatte anzitutto in via preventiva, tagliando i passaggi burocratici e l’intermediazione. Norme più semplici e adempimenti più snelli sono il miglior antidoto alla corruzione. Poi c’è il momento repressivo che abbisogna di leggi chiare e di certezza della pena. Troppo spesso in Italia si va in carcere da presunti innocenti e si esce una volta condannati. In questi giorni si discute di allungare la prescrizione per i reati di corruzione a oltre vent’anni: noi siamo contrari. Non si può far ricadere sul cittadino l’inefficienza dello Stato. Né la giustizia può trasformarsi in uno spettro persecutorio: difendersi a 20 anni di distanza dal fatto è anche tecnicamente assai più complesso. Ricordiamoci che la prescrizione è un istituto di garanzia, non possiamo “anestetizzarla” di fatto perché i magistrati non vanno a sentenza.

Queste pulsioni da stato etico voi le considerate pericolose?

Noi siamo per lo stato di diritto, contro lo stato di polizia.

È vero che questo pan-giustizialismo sta allontanando gli investimenti esteri e impoverendo l’economia?

Abbiamo lanciato il nostro movimento all’incirca un mese fa con un pranzo a Villa Taverna insieme all’ambasciatore John R. Phillips, alla professoressa Paola Severino, al politologo Edward Luttwak ed a diversi osservatori italiani e stranieri. È convinzione comune che oggi la giustizia sia il principale disincentivo per gli investimenti nazionali e stranieri. Come può un investitore puntare sull’Italia dove manca la certezza del diritto e dove puoi impiegare dieci anni per far valere un contratto? A queste condizioni è impossibile pianificare un impegno imprenditoriale. Per non parlare poi della minaccia di un ricorso al penale obiettivamente più esteso che altrove.

Come pensate di fare per contrastare il pensiero unico dei talk-show dove più o meno ci sta sempre un giornalista forcaiolo che dà la parola ad un pm ancora più forcaiolo di lui?

Noi vogliamo parlare ai cittadini, non ai protagonisti dei talk-show.

Perché nessuno dice che la maggior parte delle prescrizioni avviene nelle indagini preliminari quando gli avvocati degli indagati non possono fare nessuna pretesa opera dilatoria?

L’obbligatorietà dell’azione penale è un alibi perfetto per coprire la totale discrezionalità del magistrato che decide quali fascicoli far avanzare e quali no. Il 70 per cento delle prescrizioni avviene nella fase delle indagini, quando il potere dell’avvocato è pari a zero. Noi vogliamo un sistema in cui la politica fissi le priorità di politica criminale ed i magistrati agiscano di conseguenza.

Non temete che vi possano dire che siete complici oggettivi della mafia e della corruzione in politica?

Noi facciamo una battaglia giusta, questo ci basta. C’è il rischio che qualche lestofante se ne avvantaggi? Non possiamo escluderlo, ma non sarà certo per questo che desisteremo dal portare avanti una campagna per una giustizia più equa ed efficiente, per un Paese più giusto e competitivo. Chi vuole darci una mano, lo faccia iscrivendosi alla newsletter sul sito www.finoaprovacontraria.it.

Dimitri Buffa, l’Opinione, 4 maggio 2016

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